Le cifre fornite dall’Istat sono chiare: nel mese di dicembre 2015, rispetto a novembre c’è stato un calo di occupati (-21mila). Ma i media ieri hanno messo in evidenza anche un dato positivo: la disoccupazione è diminuita in un anno dell’8,1 per cento. In soldoni significa che hanno trovato lavoro 109mila persone in più rispetto all’anno scorso. Un numero tale da far ballare di gioia? Mica tanto, sostiene Dario Guarascio, ricercatore del Sant’Anna di Pisa che insieme alla collega Valeria Cirillo e a Marta Fana dell’ Institut des hautes etudes politiques de Paris ha scritto uno studio sugli effetti della riforma del Jobs act in Italia (di cui ha già parlato Left)  .

«Ad ogni rilevazione c’è sempre un po’ di isterismo ma non è colpa degli osservatori, bensì è prodotto dal governo che è ansioso di trovare dati che in realtà non possono essere molto diversi da quelli del mese precedente», dice l’economista. Ma visto che questi dati sono particolarmente importanti, poiché rappresentano una sorta di bilancio del 2015, Left ha chiesto a Guarascio di analizzarli. Intanto ricordiamo le cifre fornite dall’Istat: il numero di inattivi rimane sostanzialmente invariato (36,2%), il tasso di occupazione è del 56% mentre quello della disoccupazione giovanile (37,9%) è in effetti è calato rispetto a qualche anno fa. Il tasso di disoccupazione generale si attesta sull’11,4%. In Europa la media è del 10,4% quella della Germania del 6,2%.

Che cosa significano queste cifre? «Si tratta di 109mila posti di lavoro in più a fronte di un miliardo e 886mila euro stanziati dal governo per gli sgravi fiscali e associati ad essi l’abrogazione dell’articolo 18 con il Jobs act. Di questi la prevalenza sono lavoratori a termine. Rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato la performance è stata piuttosto debole rispetto a quanto ci si aspettava anche sulla base del Jobs act», risponde Guarascio. È vero, c’è stata una fiammata di occupazioni nel mese di novembre, «ma questo è da ricondurre al fatto che è stata annunciato e poi effettivamente praticato, il dimezzamento degli sgravi contributivi per nuove assunzioni o trasformazioni di contratti a tempo indeterminato». Quindi, aggiunge l’economista «è realistico pensare che le imprese che hanno operato le assunzioni lo hanno fatto nell’intenzione di volersi garantire l’intero ammontare dell’incentivo, garantito nel 2015, cioè 8060 euro per ciascun lavoratore». Nel 2016 infatti gli sgravi sarebbero stati inferiori.

Quale conclusione? «Farei due riflessioni: una, che l’impatto che stiamo vivendo, seppur misero, rispetto agli annunci iniziali del ministro Poletti ci fa capire che questo è un effetto di brevissimo periodo e non di tipo strutturale. Cioè, non si vede la volontà delle imprese – continua Guarascio – di incrementare la loro base occupazionale con prospettive legate alla produzione, ma per ridurre gli oneri contributivi e quindi i costi. Facile pensare dunque che quando questi sgravi non ci saranno più la volontà di occupare queste persone in più potrebbe decadere». Tra un paio di anni, ma forse già quest’anno, vedremo il risultato finale della politica degli incentivi.

«Questi 109mila posti che corrispondono a +0,5 % su un anno, non permettono davvero di stare allegri. Se teniamo presente tutto il contesto: gli interventi di elargizioni alle imprese, il piccolo miglioramento della congiuntura e un trend positivo del Pil a livello europeo, e poi il Quantitative easing della Bce che comunque degli effetti macroeconomici anche in un contesto debole come quello italiano ce l’ha», sottolinea Guarascio. Invece quello che emerge di grave è l’assenza di politiche a livello di struttura dell’economia. E al tempo stesso, come dimostrato dallo studio dei tre ricercatori, il fatto che il Jobs act non abbia portato ad un aumento del lavoro giovanile. Confermato questo, anche dai dati Istat che rilevano un aumento degli occupati nelle fasce più anziane. E la diminuzione della disoccupazione può essere anche un effetto secondario di politiche istituzionali. «Il lieve miglioramento del tasso di disoccupazione può essere fatto risalire all’effetto di misure come la Garanzia giovani, fatta per stimolare l’occupazione giovanile ma che in realtà mette in campo procedure di carattere amministrativo-istituzionale che portano i giovani a iscriversi a delle agenzie che dal punto di vista statistico producono una sparizione di una piccola parte di inattivi e un apparente riduzione del tasso di disoccupazione quando poi in realtà questa non c’è», dice Guarascio. Il quale è stato convocato da un parlamentare del Pd, dopo aver letto studio dei tre ricercatori. Che anche nel Pd venga meno la fede nel “miracolo” Jobs act?

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