Un’agenzia di comunicazione svedese ha messo su il sito trumpdonald.com, un giochino come un altro con il quale potete suonare una tromba nelle orecchie del miliardario newyorchese e far volare il suo enorme riporto di qua e di la. È una delle migliaia ispirate dalla campagna elettorale negli Stati Uniti. Ogni quattro anni, da quando nel 2008 la politica ha fatto la sua irruzione prepotente in rete con la campagna Obama, sostenitori e detrattori dei candidati giocano a costruire pagine fittizie, montano video e producono Gif a favore o contro i candidati.
Qui potete suonare una tromba nelle orecchie del miliardario newyorchese e far volare il suo enorme riporto di qua e di la.
Quanto a Donald quello vero, @realDonaldTrump come si chiama su Twitter, dopo aver accettato umilmente la sconfitta in Iowa, ha deciso di di tornare all’attacco. Nono solo bombardando il vincitore Ted Cruz di attacchi sulla sua qualità di politico, ma prendendolo di mira per quella che definisce la truffa ai danni degli elettori dell’Iowa. Secondo Trump, la campagna del senatore del Texas che ha vinto nei caucus dell’Iowa ha inviato messaggi e informazioni false e fuorvianti agli elettori. Ha quasi ragione. La campagna Cruz ha fatto due cose: twittare dei messaggi secondo i quali Ben Carson, l’afroamericano religioso arrivato quarto in Iowa, era partito per la Florida e avrebbe fatto un importante annuncio in serata – un modo di dire che stava per ritirarsi dalla corsa – e che quindi tutti i suoi sostenitori potevano votare per Cruz – la cosa più simile a Cruz dal punto di vista dell’elettorato evangelico. Due informazioni più o meno false e un’insinuazione, che forse hanno penalizzato Carson; la campagna Cruz avrebbe anche mandato a molti elettri la lettera qui sotto, un falso, che dice «Siamo la commissione elettorale e tu hai un profilo che non va per niente bene perché hai votato poco» (cfr il tweet di Trump qui sotto).


Lettere di questo tipo, che non dicono nulla di chiaro, perché altrimenti sarebbero un reato penale, provengono da organizzazioni che non esistono ma che suonano come fossero istituzioni ufficiali e tendono a incoraggiare o scoraggiare la gente ad andare a votare, spaventando e millantando multe o colpevolizzando il cittadino. È un gioco che funziona con la parte più ignorante e marginale dell’elettorato. Evidentemente lo staff di Cruz, che ha fatto un enorme lavoro sui BigData, ha individuato un numero di persone ideologicamente affini a lui e, incrociando i dati, ha scoperto che queste tendono a non partecipare ai caucus. Sono queste le persone che hanno ricevuto una lettera. Si tratta di tecniche pessime che, come molte altre, vengono usate dalle campagne. E Cruz sembra essere stato colto sul fatto. Tra l’altro, su The O’Reilly Factor, trasmissione di punta di Fox News, sia il conduttore che Karl Rove, lo stratega di George W. Bush, hanno più o meno dato ragione a Trump.

Altrettanto interessante è che Trump abbia deciso di alzare il polverone, dopo un giorno di umiltà ha ripreso il suo stile: toni alti e forti e attacchi agli avversari. Con Cruz preso di mira per primo, perché vero avversario in quella parte dell’elettorato repubblicano destinata a votare per lui. Funzionerà o sembrerà la mossa di uno che non ci sta a perdere?

Due altre notizie brevi:

  • Rand Paul e Rick Santorum si sono ritirati dalle primarie. Entrambi hanno una base di destra, benché diversa. Nel 2012 in New Hampshire, dove si vota martedì prossimo, Ron Paul, padre di Rand e campione dell’ala libertaria della società americana, arrivò secondo nello Stato. A chi giova il ritiro di Rand? Trump e Cruz sono i primi indiziati.
  • Stanotte Hillary Clinton e Bernie Sanders si confrontano in New Hampshire. In un incontro Tv con domande dei telespettatori, andato in onda ieri, i due hanno fatto a gara a definirsi come progressisti.

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