«Benvenuti a Diffa», tuona il responsabile sicurezza incaricato di condurre il security briefing per i tre giornalisti appena arrivati in città. «E non preoccupatevi: se volete dei rifugiati, qui ne troverete in abbondanza, dovunque». Incuneata nell’estremo sud-est del Niger, fino al 2013 Diffa non era che una placida città di confine, rinomata per la bellezza delle giovani di etnia kanouri e per i campi di peperoncini dalle tinte accese: l’oro rosso dei manga (una delle popolazioni kanouri), una produzione raffinata che garantiva la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie. L’espansione di Boko Haram nel nord della Nigeria, la cui frontiera dista appena 5 chilometri dalla città, ha poi gettato la regione nel caos. Sotto la polvere sollevata dall’harmattan, il vento dell’Atlantico che rinfresca il Sahel fra gennaio e febbraio, si nasconde oggi una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni, complicata dalle imminenti elezioni presidenziali del Niger previste per il prossimo 21 febbraio, e dall’insicurezza che domina tutta la regione. «Ricordatevi», conclude quasi compiaciuta la nostra prima guida in città, «loro sono lì che vi guardano, dall’altra parte del fiume». “Loro” sono evidentemente i “B. H.”, come i locali chiamano il gruppo terroristico, e il fiume è il Koumadougo Yobe, affluente del vicino lago Ciad, che segna il confine con la Nigeria.

boko haram

Come quasi tutte le città del Niger, Diffa è un avamposto dell’uomo contro il deserto, un tentativo di resistenza estremo sempre sull’orlo della sconfitta. Le piste delle carovane trans-sahariane si infilano nelle vie, costeggiano i perimetri in terra battuta delle case tradizionali. Poi, ci spiega un operatore dell’Unicef, attraversano gli «accampamenti costruiti dal 2013 nelle parcelle non utilizzate di tutta la periferia» e invadono incessantemente le poche carreggiate in asfalto, segno di un progresso invocato a gran voce nei palazzi della capitale Niamey, più di 1.500 chilometri di distanza. Ma a minacciare Diffa, più che le sabbie del Sahara che incombono a nord della città per arrivare a lambire le coste del nord Africa, in un fragilissimo e intricato equilibrio fra nomadismo e agro-pastorizia sedentaria, è la vicinanza ingombrante, insidiosa, del gruppo Boko Haram. «Almeno un attacco alla settimana, cinque solo nel gennaio 2016, con 8 morti», il nostro security manager snocciola numeri e strategie. Non sono le cifre della vicina Nigeria, terrificanti, eppure il nemico è fra noi: «Cellule dormienti, complici, fiancheggiatori, gli uomini di Boko Haram sono in tutta la regione». I seguaci dell’auto-proclamato califfo Abubakar Shekau colpiscono soprattutto villaggi isolati a ridosso del confine con la Nigeria, incendiando e uccidendo, lanciano attacchi suicidi in luoghi pubblici di Diffa, di Bosso (la seconda città della regione) e in altri centri abitati. E piazzano mine anti-macchina sulle piste sabbiose dei dintorni – l’ultima, a metà gennaio, ha ucciso 6 militari. Attraversano il fiume di notte, sostenuti da affiliati locali, per colpire in modo imprevedibile, creando uno stato di panico sottile, che si infila polveroso nelle case dei nigerini e, con più forza ancora, nei ripari precari dei rifugiati, aggrumati attorno alle città; o come alveari, nell’asfalto rassicurante della Strada Nazionale numero 1 che collega Diffa al resto del Paese, ospita i convogli umanitari – fondamentali ma ancora insufficienti – e vibra affaticata all’accelerazione dei camion dell’esercito, carichi di uomini. (…)

Testo e foto di Giacomo Zandonini dal Niger

 

Il reportage dal Niger continua sul n. 6 di Left in edicola dal 6 febbraio

 

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