«Nove mesi fa non avevamo organizzazione né soldi e inseguivamo la più potente macchina politica in America. Stanotte abbiamo vinto grazie all’energia di cui il partito democratico ha bisogno e grazie a una partecipazione record. Questo è quel che succederà in tutto il Paese». Questa è la promessa fatta da Bernie Sanders dal palco dopo aver preso il 60% dei voti dei democratici del New Hampshire.

Gli anti Washington hanno vinto in New Hampshire. Non è una sorpresa: i sondaggi davano in vantaggio Donald Trump e Bernie Sanders da mesi e l”umore degli elettori raccontato dai cronisti era quello di una popolazione stanca di come vanno le cose a Washington. La vera sorpresa della serata è il secondo posto di John Kasich, ne parliamo tra un momento.

Prima segnaliamo che Bernie Sanders ha vinto molto, anche se è quanto previsto dai sondaggi, ma è lo stesso un trionfo: mesi fa il senatore socialista democratico del Vermont era dietro di molti punti, negli ultimi giorni il team Hillary ha lavorato molto per stargli dietro invece di lasciar andare lo Stato e, allo stesso tempo, ha diffuso spin, come si dice, su come una sconfitta di Clinton fosse molto probabile. Oggi possono dire “ve lo avevamo detto, non c’è nessuna sorpresa”.

Vero. Ma basterà a far dimenticare a Clinton il fantasma del 2008? Quanta spinta riceverà la rivoluzione promessa da Bernie Sanders dopo questa vittoria? Quanti nuovi volontari partiranno per la South Carolina e che capacità avrà il senatore anti Wall Street di dialogare e intercettare il voto delle minoranze cruciale per vincere in South Carolina e Nevada? Vedremo presto, dietro a Sanders sul palco ieri notte c’erano più neri della media con una certezza: Sanders non è una meteora e la sua corsa cambia il partito democratico, lo ancora a sinistra, costringendo Hillary a rilanciare la sua idea di riforma delle banche (meno aggressiva, ma certo un cambiamento) e a corteggiare le minoranze con proposte su welfare e immigrazione. Grazie a Sanders i democratici dialogano con i giovani liberal e con tutti quei movimenti e campagne che da mesi animano la società americana. Per i democratici è una forza, se sapranno usarla. Tanto più che, come dimostrano i dati sull’affluenza alle urne, Sanders porta gente a votare. Dovesse perdere dovranno usarlo in campagna elettorale. E lui ha già detto di essere pronto: «Qualsiasi cosa succeda dobbiamo impedire che i repubblicani tornino alla casa Bianca» ha scandito.

Il campo repubblicano è messo molto peggio. Diviso come non mai, con un frontrunner, Donald Trump, che ha preso più voti di quanto i sondaggi gli assegnassero (35%) e senza che dietro nessuno riesca davvero a impensierirlo. Il secondo posto di Kasich, moderato e presentabile governatore dell’Ohio, è un segnale di questo. La campagna per le primarie sta sgretolando una campagna dopo l’altra. L’ultima vittima, che certo andrà avanti, è Marco Rubio. Uscito dall’Iowa con il vento in poppa, il candidato che studia ogni mossa, diligente, conservatore e moderto quanto basta, non è piaciuto alla gente del New Hampshire. Quarto con il 10,6%, dietro Kasich, Cruz e Bush (che anche lui non si sente troppo bene).


I numeri: spaventosi per Clinton e per il partito repubblicano

La coalizioni sono essenziali per vincere le elezioni. Sanders ne ha costruita una credibile in New Hampshire. I giovani lo scelgono nell’83% e sono un sonoro 19% degli elettori (un segnale di grande motivazione in uno Stato anziano). Gli indipendenti scelgono Bernie al 72% e, questo è un segnale di forza enorme, le donne stanno con Bernie nel 55% dei casi, 4 a 1 tra le under 30, 2 a 1 per Hillary tra le over 65. Unica nota positiva per Hillary: chi vota Sanders sarebbe abbastanza soddisfatto anche di una presidenza Clinton.

Nel partito repubblicano la voglia è quella di cambiamento radicale: tutti sono insoddisfatti di come vanno le cose a Washington e il loro partito non gli piace. Un elettorato arrabbiato e scontento: 6 elettori su dieci vogliono un candidato fuori dall’establishment e metà hanno deciso all’ultimo momento (Kasich si è mangiato così Rubio). Il 29% degli elettori repubblicani si dichiara molto conservatore, nel 2010 erano il 21%.

Chi sceglierà l’establishment per fermare Trump? Il problema è che il New Hampshire non ha ristretto il numero di contendenti come si sperava, anzi, il secondo posto di Kasich rimette in gioco anche lui. Almeno per qualche tempo. La speranza era quella di un risultato decente di Rubio, così non è andata e Kasich nei prossimi Stati è sotto al 10%. Non è l’anti Trump. Al momento l’unico altro repubblicano che può davvero sorridere sembra Ted Cruz, che per il partito è quasi peggio del miliardario newyorchese: questo non era il suo Stato, non ci ha investito, è arrivato terzo. In South Carolina, dove la religione pesa, arriverà almeno secondo. A meno che il partito non trovi una formula magica per fare in modo che un candidato presentabile scali i sondaggi. Sono mesi che ci provano, non ci sono riusciti. Il New Hampshire ha complicato le cose. Nel suo discorso Trump ringrazia i candidati, l’RNC, la macchina organizzativa del partito e il suo capo Rience Priebus. Insomma, prova a rendersi accettabile. Tra lui e Cruz, è innegabilmente più forte lui.

Il Granite State per alcuni è una marcia funebre: Chris Christie, Jeb Bush, Carly Fiorina e Ben Carson dovrebbero togliersi di torno. Se non lo faranno è solo per orgoglio personale. Ora si passa alla South Caroina e al Nevada, ogni volta è una corsa nuova, fatta di condizioni economiche, composizione demografica e sociale diversa. Quel che sembra di capire, però, è che gli americani, di sinistra e di destra, sono a caccia di cambiamento radicale. Come già nel 2008 e al midterm del 2010. E che se le cose non cambieranno nella dinamica della campagna, avremo Bloomberg terzo candidato indipendente. Chi saprà convincere di essere allo stesso tempo un agente di trasformazione e in grado di deliver, produrre risultati, vince le elezioni. Speriamo non sia Donald Trump.

 

 

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