La morte di Antonin Scalia, il giudice conservatore della Corte Suprema, italoamericano, cattolico, 9 figli e 36 nipoti, cambia molto la campagna elettorale americana e l’ultimo anno di presidenza Obama.

E non a caso tutti i candidati repubblicani e chiunque abbia voce in capitolo nel partito – ad esempio il leader del Senato Mitch McConnell o il capo della commissione Giustizia del Senato, il repubblicano dell’Iowa Charles Grassley – si sono precipitati a dire che nell’anno elettorale giudici alla Corte Suprema il presidente non ne dovrebbe nominare. Sono stati così rapidi a parlare della successione che quasi non hanno celebrato quello che per decenni è stato un loro campione, il paladino dei valori ultra-conservatori all’interno della massima espressione giuridica degli Stati Uniti.

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Chi era Scalia

Nato a Trenon, capitale del New Jersey oggi città semi vuota e in piena decadenza, nominato nel 1986 da Reagan (primo italo-americano ad entrare alla corte), Scalia aveva una concezione conservatrice della società e, coerentemente, propendeva per un’interpretazione letterale del testo costituzionale americano. Aveva uno stile in sintonia con le sue posizioni: ruvido e sarcastico, non esattamente in linea con lo stile della Corte – nemmeno il suo collega ultraconservatore afroamericano Clarence Thomas ha toni moderati. Sui diritti, le minoranze, l’invadenza (dal suo punto di vista) dello Stato federale nei diritti dei singoli Stati e dei cittadini, Scalia era sempre testardamente coerente con la sua impostazione ideologica, cosa che il Chief of justice, il capo della Corte, John Roberts, ha mostrato di non essere, schierandosi con l’ala sinistra della corte nella sentenza che ha dato il via libera definitivo alla riforma sanitaria Obama.

L’ultima battuta eccessiva di Scalia venne dopo la sentenza che ha di fatto legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso in tutti gli Stati Uniti d’America, all’epoca accusò i giudici che avevano votato il parere del giudice Kennedy (il centrista, quello che spesso è l’ago della bilancia), di essersi schierati in una guerra di religione e profetizzato disastri nella società americana sul fronte «dell’incesto, della bigamia, della masturbazione e dell’oscenità». Una sala educazione cattolica nel New Jersey degli anni ’40 lo guidava in questi pareri, sebbene fosse un giurista di primo calibro. Curiosità: anche il giudice Alito è nato a Trenton, mentre le due donne liberal nominate da Obama sono di New York, così come la giudice Ginsburg.

Perché è importante la nomina di un nuovo giudice?

La Corte odierna è composta da 9 giudici, 4 conservatori, 4 liberal e 1 moderato che spesso contribuisce a formare le maggioranze quando la Corte si divide per linee ideologiche. Non sempre è così, ma sui temi dei diritti civili o economici, spesso è successo che le divisioni fossero 5 a 4, con Kennedy che determinava la maggioranza. Ora, se Obama decidesse di nominare un giudice liberal, questi avrebbero una tendenziale maggioranza, con l’aggiunta possibile di Kennedy, che, appunto, si schiera di volta in volta. In una nomina liberal non ci sarebbe nulla di strano: l’attuale maggioranza è figlia delle nomine di Reagan e Bush, mentre i liberal presenti nella Corte sono al loro posto grazie a Clinton e Obama. Ma non è nemmeno vero il contrario: il giudice liberal Stevens (in pensione) venne nominato dal repubblicano Ford.

Cosa succede adesso e che impatto sulla campagna elettorale?

Il presidente Obama ha già detto di avere pieno diritto a nominare un giudice. Ne ha già nominati due, donne e piuttosto liberal, a sostituire altri giudici liberal o moderati. Il presidente in carica ha spostato l’asse della Corte ma, per ora, non ne ha completamente stravolto la composizione. Ora potrebbe. Per questo i repubblicani faranno di tutto per impedirlo nella speranza di vedere uno di loro alla Casa Bianca tra un anno. Tra l’altro, è noto che la giudice liberal Ginsburg sia pronta o quasi a lasciare, probabilmente dopo l’elezione del prossimo presidente. Obama ha quindi la possibilità, anche se dovesse vincere un repubblicano, di mantenere l’equilibrio della Corte Suprema almeno come è adesso. Quando Ginsburg lascerà, anche ci fosse un presidente repubblicano che nomina un conservatore, le cose resterebbero uguali. Se poi vincesse un democratico, gli equilibri cambierebbero. Il problema di Obama è che il Senato deve vagliare e approvare la nomina di un giudice. Se il presidente dovesse sceglierne uno, si aprirebbe una battaglia furiosa in Senato sulla sua conferma. Nell’anno della campagna elettorale, lo scontro alimenterebbe lo scontro e la distanza tra i due partiti. Ted Cruz, che è il più a destra dei candidati repubblicani rimasti, fa campagna sui temi etico religiosi ed ha difeso diversi casi alla Corte Suprema. In più è in Senato. Ha mille motivi per fare di tutto perché lo scontro con Obama sull’eventuale nomina sia una guerra totale. I democratici possono usare la crociata anti nomina – e quella di un appartenente alle minoranze – per ricordare agli elettori non entusiasti, quanto sia importante andare a votare per difendere i propri diritti anche nell’Alta corte.

I repubblicani sostengono che nell’anno elettorale non si nominano giudici. Falso. Taft, Wilson, Hoover, Roosevelt, Reagan hanno nominato giudici negli anni elettorali. Ma i rapporti tra presidenti e Congresso erano migliori e la distanza tra i due partiti infinitamente minore.

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Quanto è importante la maggioranza alla Corte Suprema?

Molto. In uno Stato federale costruito su un equilibrio di poteri accurato come gli Stati Uniti, l’alta corte ha spesso l’ultima parola su enormi questioni che riguardano le vite di tutti: i diritti civili, l’aborto per citare esempi storici, Obamacare, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, di recente, così come (in negativo) il finanziamento anonimo e illimitato alla politica, sono parte della vita americana perché su questi la Corte ha sentenziato. Per fare un esempio concreto e futuro: i due candidati democratici alla presidenza hanno promesso che faranno qualcosa contro l’influenza del denaro nella politica. Con loro diverse campagne nazionali. Sul tema, alla fine, sarà la Corte Suprema che deciderà – dovendo ascoltare argomenti diversi da quelli di chi ha cercato di fermare l’avvento dei SuperPac, i comitati politici indipendenti senza limiti di spesa in politica, durante il caso Citizens United contro la Commissione elettorale federale, nel quale votò a favore del finanziamento alla politica.

Chi nominerà Obama?

Probabilmente un altro membro di minoranza, circolano vari nomi: la procuratore generale della California, Kamala Harris, che però corre per il Senato e nel caso dovrebbe rinunciare (ha un avvenire in politica), l’afroamericano Paul Watford, giovane e appena passato per l’approvazione del Senato (che approva tutti i giudici federali) e che quindi sarebbe strano bocciare adesso. Altra candidatura forte è Sri Srinivasan, asiatico americano, ha lavorato per l’ex giudice della Corte, la repubblicana Sandra Connor, ed è stato confermato all’unanimità come giudice federale tre anni fa. L’audizione del nominato, qualora ce ne dovesse essere uno, sarà di fuoco. Una nomina renderebbe il mandato Obama più importante di quanto non lo sia, spostando per anni gli equilibri della Corte.

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