«Gli imputati si alzino. Do lettura ai capi di imputazione». Tribunale di Milano, 30 marzo 1966, ore 9,40. Il presidente Luigi Bianchi d’Espinosa comincia a leggere «i capi di imputazione» che vedono coinvolti il preside del liceo Parini Daniele Mattalia, lo studente Marco De Poli in qualità di “direttore” e gli altri studenti, Claudia Beltrami Ceppi e Marco Sassano. Il “reato”: aver pubblicato sul giornale dell’associazione studentesca La Zanzara il 14 febbraio 1966, «un periodico destinato ai fanciulli e agli adolescenti» una inchiesta dal titolo “Cosa pensano le ragazze d’oggi” dal contenuto che «offende il sentimento morale dei fanciulli e degli adolescenti», costituendo «un incitamento alla corruzione», prosegue Bianchi D’Espinosa.

 

Ma cosa mai hanno scritto gli studenti del Parini? Intanto va detto che il liceo di via Goito era una delle migliori scuole della città, frequentata dal fior fiore della borghesia milanese, dai Rizzoli, ai Bassetti. È il 1966, e i ragazzi vanno a scuola in giacca e cravatta, tanto per intenderci. Le ragazze non sono da meno, al Parini non si vedono certo le minigonne di Mary Quant, bensì gonne scozzesi, camicette e scarpe basse. Ma – e qui l’inchiesta dei tre audaci giornalisti, è davvero sconvolgente – quelle giovanissime ragazze della buona borghesia milanese, avevano un pensiero e un atteggiamento nei confronti della famiglia e dei rapporti tra uomini e donne decisamente moderno.

Vediamo cosa emerge dall’inchiesta della Zanzara (tutti i dettagli qui).
Ricordiamoci, per capire il contesto, che nel 1966 si votava a 21 anni, la riforma del diritto di famiglia era ancora in alto mare – arriva solo nel 1975 – mentre il delitto d’onore doveva essere cancellato solo nel 1981.

La famiglia
Le ragazze milanesi rispetto ai genitori non accettano più «un atteggiamento di tipo autoritaristico, ma si chiede loro amicizia e una maggiore comprensione dei propri problemi». Una di loro dice: «Io posso accettare un consiglio da mio padre solo se è motivato e non perché dice che è il padre e basta!». Come si vede, una notevole consapevolezza della propria libertà.

L’educazione sessuale
È quella che manca a scuola, dicono le intervistate. Peccato che manchi ancora oggi, 50 anni dopo. «Non vogliamo più un controllo dello Stato e della società sui problemi del singolo e vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità». E per ottenere questo, dicono le ragazze, occorre l’educazione sessuale nelle scuole. Stesso concetto che sta alla base di chi, oggi, propone l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole (ma le varie proposte di legge sono rimaste lettera morta).

Il sesso, la società e il problema morale e religioso.
Condanna senza mezzi termini dei film erotici, prudenza sul controllo delle nascite nel matrimonio e per quanto riguarda i rapporti prematrimoniali, qui, in effetti le ragazze si dividono. Ci sono quelle che «pongono dei limiti», altre invece che sostengono che «nell’amore nessuno dovrebbe agire secondo limiti e regole già prima codificati, ma solo secondo la propria coscienza e la propria volontà». Altre invece dicono che «all’uomo che si ama si può dare tutto ma solo nel matrimonio». Ma è il problema della verginità legata all’influenza della Chiesa che appassiona le giovani studentesse del Parini. Qualche risposta: «La religione in campo sessuale è portatrice di complessi di colpa», oppure, «Quando esiste l’amore non possono o non devono esistere limiti e freni religiosi» e ancora: «La posizione della Chiesa mi ha creato molti conflitti fin quando non me ne sono allontanata».

La Zanzara sotto attacco
Da queste risposte si spiega la reazione veemente di don Luigi Giussani capo di Gioventù studentesca che scrisse un furioso comunicato. Proprio lui, il Giussani futuro fondatore di Comunione e Liberazione si scagliò contro la Zanzara. E naturalmente a ruota, lo seguirono i giornali. Troppo ghiotta l’occasione per i giornali dell’Italietta puritana. Come racconta Sassano Il Corriere Lombardo titolò: “Scandalo al Parini”. I fatti precipitarono. I ragazzi vennero chiamati in Questura per dare spiegazioni. Sassano racconta: «Eravamo ragazzini, ci presentammo in giacca e cravatta, ci puntarono una luce negli occhi». Ai maschi venne imposta anche una visita medica, «dicevano che dovevano stabilire se stavamo bene, se eravamo in grado di intendere e volere…. Ci dissero di spogliarci e cominciarono a farci strane domande, ci chiedevano per esempio se i nostri genitori convivevano». I ragazzi si arrabbiano per questo trattamento e se ne vanno. Ma pensano bene di affidarsi a un pool dei migliori avvocati di Milano tra cui troviamo Crespi, Smuraglia e Pisapia il padre di Giuliano.

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Scoppia il pandemonio, tra i reati che vengono contestati agli studenti c’è anche quello di stampa clandestina, ma La Zanzara era un giornale scolastico, con un passato tra l’altro glorioso visto che dietro c’era l’omonima associazione nata nel 1945 alla fine della guerra. La Zanzara nacque allora con la carta donata dai partigiani e da un gruppo di studenti che era lontanissimo dalle goliardate, ma che, anzi, mostrava un impegno legato proprio alla ricostruzione del Paese.

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Gli studenti assolti, ma i moralisti no
Il processo ebbe un effetto boomerang e si ritorse contro chi l’aveva voluto. Si mobilitarono anche politici come Pietro Nenni, a favore dei ragazzi, L’Espresso il 10 aprile pubblicò le trascrizioni delle udienze, e la giustizia italiana venne mostrata al mondo in tutta la sua realtà. Allora davvero antistorica. Il caso Zanzara finì su Le Monde, sul New York Times, su Le Figaro e sul Times. Nei cinque giorni di udienza parteciparono, racconta ancora Sossano, 240 giornalisti accreditati. Alla fine il processo di Milano ebbe un seguito a Genova ma anche stavolta i ragazzi vennero assolti.
In seguito il giornale riprese le pubblicazioni, con una redazione, ricordiamo, ricca di futuri giornalisti. Tra di loro, oltre a Marco Sassano e Marco De Poli, c’erano Vittorio Zucconi, Massimo Nava, Salvatore e Alberto Veca. E quel grande giornalista che fu Walter Tobagi ucciso dai terroristi nel 1980.

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