«Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola … heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità». Il «frate scelerato», di cui parla l’Avviso di Roma del 1600, è Giordano Bruno, filosofo e frate domenicano, condannato dall’Inquisizione e bruciato vivo in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio del 1600. La sua colpa?Aver superato l’ipotesi copernicana del sole immobile, al centro dell’universo. Bruno, nella Cena delle ceneri del 1584, non si limita infatti a porre il Sole al centro di un sistema di stelle fisse, ma arriva a intuire uno spazio infinito con infiniti mondi in evoluzione per un tempo infinito. Nel suo De l’infinito universo et mondi scrive: «Esistono innumerevoli soli e innumerevoli terre ruotano attorno a questi». Una teoria che rende eterno l’universo e rischia di escludere l’idea stessa di un dio creatore. Bruno si pone fuori dal cristianesimo. Diversamente da Spinoza, Bruno è un pensatore «anti cristiano», come ha detto uno dei massimi studiosi del Nolano, Michele Ciliberto.

Per ricordare Giordano Bruno, il suo spirito di ricerca,  multidisciplinare come voleva la tradizione rinascimentale, la forza della sua immaginazione, che diversamente da Spinoza, non temeva le immagini e la fantasia, l’associazione nazionale Libero pensiero”Giordano Bruno” guidata da Maria Mantello organizza anche quest’anno un pomeriggio di incontri e di interventi in piazza a Campo de’ Fiori a Roma dal titolo Nel nome di Giordano Bruno, senza laicità non c’è democrazia, a cui  dalle 17 partecipano Antonio Caputo. Elena Coccia, Luigi Lombardi Vallauri, Maria Mantello e  il regista Giuliano Montaldo, autore di un  memorabile film  nel 1973 con, protagonista, Gian Maria Volonté nel ruolo del filosofo. «All’epoca avevo già lavorato a due film sul tema dell’intolleranza, in cui raccontavo la pazzia delle gerarchie militari che uccidono anche in tempo di pace e  un altro in cui raccontavo la drammatica storia di  Sacco e Vanzetti, proseguendo su quel filone ebbi l’idea di lavorare sulla figura di Bruno, anche lui vittima dell’intolleranza», ricorda il regista. «Un’immagine mi fece scattare l’idea del film, vidi una sera all’imbrunire dei ragazzi inglesi che parlavano e discutevano di Giordano Bruno ai piedi della statua a Campo de’Fiori.  Una scena che mi colpì anche perché mi resi conto che non sapevo abbastanza di lui. Fu così che mi misi a studiare i suoi testi. E mi innamorai del pensiero di quest’uomo che gurdava più lontano di tutti gli altri, che aveva il coraggio di portare fino in fondo la propria visione, senza paura e senza abiure. Poi dovetti lottare per tre anni per convincere la struttura del cinema, perché si impegnasse in questa impresa». Per una precisa scelta il regista non mise la parola fine in fondo  al film, sperando che si continuasse a parlare di Giordano Bruno, come accade in questo 17 febbraio.

@simonamaggiorel

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