L’Onu ha annunciato che diversi convogli umanitari sono in viaggio per le città assediate e ridotte allo stremo della Siria. Sono sette quelle verso cui i camion carichi di beni di prima necessità sono diretti. Sarà un test della volontà delle parti belligeranti di aderire all’accordo trovato a Monaco la scorsa settimana, ha detto Steffan De Mistura, l’inviato delle Nazioni Unite per la Siria.
Dove vanno i convogli, chi controlla quale territorio in Siria?

A rimanere isolate e bombardate saranno, in teoria, le aree sotto il controllo dell’Isis e di altre forze islamiste. Sull’ampiezza dello spettro delle forze da combattere anche durante un cessate il fuoco, ci sono ovviamente valutazioni diverse. Assad ha detto che anche durante una pausa dei combattimenti, non ci si può aspettare che tutte le parti in causa smettano di sparare. E in effetti l’esercito siriano e gli aerei russi non hanno smesso di bombardare Aleppo e i suoi dintorni, il centro della guerra siriana in questa fase.

In teoria le leggi internazionali prevedono che le città in cui la situazione umanitaria è grave debbano poter essere raggiunte, i civili evacuati, derrate alimentari fatte entrare. Ma in decine di città e villaggi sotto assedio della Siria di questi giorni – 18 circondate e un centinaio difficili da raggiungere, per una popolazione coinvolata di 4 milioni di persone almeno – non è così. Le forze armate siriane fanno la parte del leone in queste operazioni di assedio.

La Turchia, che non gioca un ruolo secondario in questa crisi e da giorni minaccia di inviare truppe di terra, sostiene che Assad e gli alleati russi stiano usando una tecnica usata in Cecenia: cingere d’assedio, svuotare di civili e poi, più o meno radere al suolo. Modello Grozny, lo chiamano. Nemmeno le bombe sugli ospedali sembrano casuali: l’ambasciatore siriano all’Onu ha parlato di Medici Senza Frontiere come di «una branca dei servizi segreti francesi». E se sono servizi segreti, si possono bombardare.

Il fronte diplomatico resta ingarbugliato come sempre: gli americani premono da giorni su Mosca perché fermi i suoi aerei e si cominci a negoziare qualcosa di simile a una transizione. I russi sono convinti che la transizione si impone alle forze ribelli non Isis solo mettendole spalle al muro una volta per tutte. La battaglia per circondare Aleppo è questo.

Dal canto suo, la Turchia è furiosa con gli americani per aver sostenuto i curdi dell’YPG, che hanno incluso anche qualche non curdo tra le loro forze e in questi giorni approfittano delle bombe russe per ampliare la loro zona di influenza. Ankara è anche furibonda con i russi, che a loro volta non perdonano l’abbattimento di un loro aereo militare da parte turca. Il governo di Ankara e i Sauditi chiedono un maggiore impegno degli alleati, anche sul terreno. Obama preferisce non muoversi, ma su Washington piovono critiche da ogni fronte: troppo debole con i russi, dicono i repubblicani; troppo amico dei curdi, dicono i turchi; incapace di capire che il brutale regime di Assad è una garanzia per la sicurezza di tutti e chi se ne frega dei diritti umani, dicono a Mosca.

La partita la stano vincendo i russi, che consentendo all’esercito siriano di guadagnare terreno, faranno in modo di imporre una qualche forma di transizione negoziata. «È quel che hanno fatto in Ucraina, circondando alcune zone del Donbass: la paura di un’escalation delle potenze occidentali ha portato agli accordi di Minsk II, molto favorevoli a Mosca», ha scritto Kadri Liik del Ecfr.  Sempre che convincano anche Assad a cedere qualcosa: oggi il regime di Damasco sente che il vento è girato e ritiene di potersi riprendere la maggior parte del Paese senza concessioni.

Intanto, sul fronte della guerra contro Daesh e il Califfato, tutto si è fatto più calmo. L’opposizione siriana è troppo impegnata a difendersi dagli attacchi di Assad. E l’esercito di Damasco troppo impegnato a riprendersi Aleppo.

 

 

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