L’Osservatorio sul Precariato dell’INPS ha fornito i dati di sintesi circa la dinamica del mercato del lavoro nell’anno 2015. Queste comunicazioni consentono di stilare il primo bilancio degli effetti del Jobs Act. Un bilancio degli effetti della decontribuzione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e dell’abrogazione dell’Articolo 18 che ha, di fatto, sancito la libertà di licenziare per le imprese italiane.

I dati forniti dall’INPS parlano di 606.000 nuovi rapporti di lavoro di cui 186.048 a tempo indeterminato. A questi ultimi vanno aggiunti 492.729 contratti a termine e 85.352 contratti di apprendistato trasformati in altrettanti contratti a tempo indeterminato. In un quadro generale di incremento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato,  la cui attivazione garantisce l’accesso alla decontribuzione introdotta dal governo a dicembre 2014, le trasformazioni sembrano aver fatto, sin qui, la parte del leone. Queste sono aumentate del 50% rispetto al 2014: le imprese hanno dunque approfittato dell’incentivo fiscale fornito loro dal governo.

Il 61% (24,1% se si escludono le trasformazioni) dei rapporti di lavoro attivati nel 2015 ha beneficiato delle misure di decontribuzione previste dalla legge 190 del 2014.  Nel mese di dicembre questa quota si è impennata, raggiungendo l’82,2% del totale tra trasformazioni e nuove assunzioni. L’ultima finanziaria in vigore da gennaio a dimezzato le contribuzioni e le imprese si sono affrettate a usare gli sgraivi 2015 (fino a dicembre le imprese ottenevano uno sconto di 8060 euro per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato). A stimolare in modo decisivo l’ondata di assunzioni e trasformazioni non sembrano dunque essere state delle valutazioni legate all’andamento dell’economia reale.

Quel che i dati mostrano, quindi, è una dinamica positiva del mercato del lavoro che, dal punto di vista di chi scrive, trova due spiegazioni principali. Da un lato, la timida crescita del Pil italiano che, beneficiando principalmente di fattori esterni, ha favorito l’occupazione. Dall’altro, il massiccio investimento di risorse pubbliche nella decontribuzione che, come già argomentato, ha incentivato le assunzioni e, in particolar modo, le trasformazioni di altre tipologie contrattuali nei nuovi contratti a tempo indeterminato ‘a tutele crescenti’. Quest’ultimo elemento è di particolare rilevanza. A fronte di un investimento stimato in 3,1 miliardi di euro nel periodo 2015-2017 (stime Adapt), infatti, ad avere un ruolo preponderante sono state le trasformazioni e l’assunzione con contratti a tempo indeterminato a tempo ridotto. Fra le assunzioni a tempo indeterminato, la quota di quella tempo parziale – orizzontale, verticale e misto – si attesta al 41,7%.

La fotografia fatta dall’INPS non segnala un reale consolidamento, una stabilizzazione dell’occupazione in Italia. Emerge, piuttosto, la volontà delle imprese di alleggerire i costi utilizzando gli incentivi attualmente disponibili. E’ lecito temere, da questo punto di vista, che una volta terminata la possibilità di accedere agli sgravi molti rapporti di lavoro non verranno mantenuti in essere.

Sembra dunque di essere di fronte a una ‘bolla occupazionale’, un movimento verso la creazione o la trasformazione di rapporti di lavoro drogato dall’incentivo pubblico. Una bolla che, al momento della sua esplosione, rischia però di riportare alla luce tutte le debolezze strutturali del mercato del lavoro nostrano. Da questo punto di vista, un’attenta disamina della ripartizione dei nuovi rapporti di lavoro mostra come le nuove assunzioni, distinte per qualifica professionale, interessino al 70,1% figure scarsamente qualificate, nel 25% impiegati o figure mediamente qualificate, seguiti da apprendisti, quadri e dirigenti. In termini di età, le assunzioni a tempo indeterminato con esonero hanno riguardato, per il 24%, la fascia di lavoratori dai 40 ai 49 anni e, per meno del 15% dei casi, la fascia 25-29, quella in cui il cosiddetto fenomeno dei NEET (persone che non lavorano, non cercano un lavoro e non studiano) risulterebbe essere più forte.

C’è poi il divario Nord-Sud, che emerge plasticamente osservando la distribuzione per regione delle trasformazioni. Il 24% di queste ultime si concentrano in Lombardia, l’11% in Veneto ed Emilia Romagna ed appena lo 0,9% in Calabria, lo 0,48% in Basilicata e lo 0,2% in Molise. La fragilità italiana è riscontrabile guardando alla dinamica occupazionale per settore produttivo. Il 34,7% dei nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato è registrato nel commercio, la riparazione di autoveicoli e nei servizi di alloggio e ristorazione, il 19,5% nel manifatturiero a bassa intensità tecnologica, il 13,8% nelle costruzioni. Con il restante 30% distribuito tra servizi pubblici, attività professionali ed altri servizi.

L’ultimo dato meritevole di attenzione riguarda i voucher. Questa nuova forma di lavoro precario, caratterizzato da assenza di garanzie sulla stabilità e di tutele previdenziali, ha visto un aumento senza precedenti nel 2015 (dal 2014 al 2015 l’incremento è stato del 66,1%, con picchi del 94% in Sicilia e dell’80,1% in Puglia).

Uno sguardo attento, dunque, non sembra giustificare l’entusiasmo di coloro che, alla luce di saldi occupazionali positivi nel breve, trascurano i fattori che destano preoccupazione per il medio lungo periodo. La debole dinamica dell’occupazione giovanile e femminile, il divario Nord-Sud, la concentrazione dei rapporti di lavoro in servizi a basso contenuto tecnologico non sembrano essere stati intaccati dalle riforme del governo Renzi. La ‘bolla occupazionale’ generata, nel 2015, dal massiccio trasferimento di risorse alle imprese non ha contribuito a invertire le tendenze strutturali che inchiodano l’Italia agli ultimi posti in Europa in termini di produttività, innovazione tecnologica ed occupazione giovanile. 

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