Grillo comico che ha diritto alla satira contro Grillo politico che non ne ha diritto. Perché il politico deve dare certezze. Questo il filo, almeno così sembra all’inizio. Teatro Brancaccio, Roma, una sera io, Santoro, Montesano e centinaia di altri. E loro, alcuni di loro, Taverna, Lombardi, Fico… in platea a vedere il leader. Una platea compatta, non giovanissima, che alla prima contestazione fischia. Un gay si alza, protesta, sono vent’anni che aspetto di avere dei diritti come voi. La platea risponde: prenditela col Pd. Questo è il pre. Questa, forse, è l’Italia adesso. Quella che ha allevato anche Grillo.

Poi lui. “Devo fare lo spettacolo” dice, grazie. Un ologramma per il Grillo politico, Grillo vero per il comico. Lui, che ripercorre la sua vita e i suoi cigni neri. Chiama così quei momenti in cui tutto cambia. I cigni neri. Li vuole raccontare, in una sorta di seduta di psicoterapia di gruppo. Disastro in matematica, ragioniere per caso, abbattuto da uno dei tanti professor Mulè della vita e da quel fatidico 3/4 x 2/3 a cui lui non seppe rispondere. Tornitore nell’officina del padre, venditore di jeans, cabarettista a tempo perso. Poi il cigno nero. Licenziato, fugge  a Milano e inizia a fare cabaret in un ristorante. Da lì fino alle dirette Rai. E poi, ancora, quel cigno nero. La boutade sui socialisti ladri in diretta e l’ira funesta di Craxi che lo fa cacciare dalla tv pubblica. Diventa la vittima nobile dei ladroni. Nasce il Grillo politico. E va in giro per il mondo. I suoi guru sono Renzo Piano, Gunter Pauli, Joseph Stiglitz. “La mia vita era questo”, dice. “Intelligenza e curiosità. Così si cambia il mondo, circondandoci di intelligenze”. L’incontro con l’imprenditore Gianroberto Casaleggio che gli dice “facciamo un blog” e la rete.

Idee sparse, forse troppo sparse. Centrali nucleari convertite in parchi divertimento, energia a idrogeno, funghi dal caffè, trasporto sostenibile, reddito universale per diritto di nascita, lavoro alle macchine, tassa sui consumi del 50%. Tante, troppe cose compongono il suo Piano B. Belle senza dubbio, ma senza le gambe. Già, le gambe… chissà cosa immaginava Grillo, forse immaginava di poter correre su quelle di un esercito di ricercatori, di architetti e scienziati per costruire il futuro che aveva letto e di cui aveva chiacchierato con i grandi. “La mia vita era così, ripete senza fiato, parlavo con Stiglitz, leggevo e conoscevo. Ero curioso. Ora? Ora sono alle prese con il “militante non simpatizzante” che mi dice: mi piace il piano ma non mi piaci tu”.

E il filo diventa quello. E io comincio a pensare che quell’”arca di disadattati”, così definisce ciò che ha creato, non gli piace tanto. La guarda, la sostiene, è il suo “uno vale uno”, ma non è quello che immaginava. Non immaginava Quarto né Pizzarotti, non immaginava di dover battagliare a brutto muso per difendere un’onestà tanto piccola. Lui immaginava Stiglitz e Pauli che cambiavano il mondo. Quarto no. Non lo avrebbe fatto per Quarto. E allora torna comico, fa ridere, prende in giro i romani e gli italiani e quella voglia di leader, quell’atavica voglia di fare niente. Mai. Di seguire, e urla “uno vale uno se siete informati” altrimenti non vale. Perché lui non sa dove sia “l’uscita di sicurezza”, sa solo che c’è. L’ha ascoltata da Pauli, da Stiglitz, da Piano. Il comico, o ciò che resta, viene divorato dal politico, deluso, quasi delirante che suda e provoca la platea fino alla follia. Senza più cigni neri a disposizione. Chiama i suoi, Lombardi, Fico…tutti  in fila a fare la comunione. Li costringe a ingoiare un grillo caramellato, “il grillo è in voi e con il vostro spirito”. Ingoiano a fatica i suoi, “io posso andare” gli dice.

Vuole andare Grillo, qualcosa non gli è riuscito. Sul palco il Grillo comico si unisce al politico e si eleva. Diventa l’Elevato, un ologramma in tunica bianca che sale in cielo. “Diventiamo come una religione”, e saluta. “Ora 2 vale 1”. Il Grillo vero rimane giù, in platea. Vuole essere mandato a fanculo. Lo chiede, e la platea esegue. “Vaffanculo” gli urla.

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