È forte papa Bergoglio: nella stessa intervista, con un intervallo di una decina di secondi, riesce a censurare  Donald Trump e a dichiarare di non voler “immischiarsi nella politica”. Come quelle offerte che da dieci anni in televisione sono “solo per oggi”. E così anche Papa Francesco si inserisce a pieno titolo nella schiera degli opinionisti “a porta vuota” a cui basta appoggiare il pallone in rete.

Il fatto è che se davvero il pontefice è convinto che il “Papa non si debba immischiare” in politica (usando questo verbo che puzza di peccato come un adolescente beccato dalla mamma in bagno con i pantaloni abbassati) dovrebbe magari ricordarsi di dare un colpo di telefono al suo cardinale Bagnasco e agli amichetti della CEI che si sono autonominati capigruppo del partito delle “persone giuste” sia alla Camera che al Senato e hanno dispensato “benpensare” a piene mani.

Perché se è vero (ed è vero) che Donald Trump è il manifesto della becera politica che lucra sulla pelle degli altri è altresì vero che il Trumpismo sta in ogni paese del mondo e ha i connotati della xenofobia, della violenza verbale e del filofascismo. Trump è un Salvini ricco sfondato, una Marine Le Pen con il toupet, un Giovanardi sessualmente liberato: Trump è l’arrabbiato quotidiano che incrociamo al bar, il pregiudizio da teleshow pomeridiano. Insomma: ognuno ha il suo piccolo Trump.

E allora il politico Papa (che si atteggia ad apolitico) potrebbe fare uno scatto in più e dirci quali ingredienti di Trump lo allontanano dalla fede cristiana. Un passo in più. E poi, per quel gioco dei “gradi di separazione”, ci metterebbe pochissimo per arrivare da Donald all’europa, poi qui in Italia e poi a riconoscere i nostri piccoli Trump che sono gli agnelli preferiti della CEI, i crociati in Parlamento. E così non si occuperebbe di politica ma di Chiesa. Ad esempio.

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