«Ormai da 5-6 anni quando vado all’estero mi chiedono cosa stia succedendo in Italia. Qualcuno vi sta bombardando, dicono, perché arrivano un sacco di profughi». Giorgio Parisi docente della Facoltà di Fisica della Sapienza di Roma, intervistato da Radio Radicale qui, ha usato una immagine molto efficace per descrivere il disastro della ricerca italiana. “Bombardamenti” che iniziano dalla famigerata legge n.133  Gelmini-Tremonti che a giugno 2008, a poche settimane dal’insediamento del governo Berlusconi calò la mannaia sul mondo dell’istruzione e della ricerca italiana. Da allora, il Ffo, il fondo di finanziamento ordinario per l’università ha subito un taglio di 1 miliardo e mezzo, la ricerca è stata penalizzata di 450 milioni all’anno, sostiene Parisi dai microfoni di Radio Radicale.
Il professor Parisi ha lanciato una petizione su Change.org che in pochissimi giorni ha raggiunto 39mila firme. Non solo. Il docente romano ha lanciato anche un appello video (qui) in cui spiega perché un Paese che non investe in cultura, ricerca e scienza non ha futuro.

Salviamo la ricerca italiana, questo il titolo, è indirizzata alla Commissione europea e al governo italiano e parte da un ragionamento molto semplice. La Commissione europea fa pressione sull’Italia perché rientri nei parametri stabiliti sul bilancio? Perché allora non esercita la stessa pressione e influenza per far rispettare al nostro governo il trattato di Lisbona del 2000 e il Consiglio europeo di Barcellona del 2002 che fissavano il limite minimo di finanziamento per la ricerca al 3 per cento del Pil? «Noi richiediamo che il governo implementi con la massima urgenza un piano pluriennale per portare la spesa in Ricerca e sviluppo dall’attuale 1% fino al 3% del Pil e che lo rispetti nel futuro raggiungendo, sia pure in grande ritardo, l’obiettivo di Barcellona», si legge nella petizione.
I dati, come al solito parlano chiaro. L’Italia è ultima tra i Paesi Ocse per finanziamenti alla ricerca e sviluppo, oltre ad essere ultima in Europa per numero di laureati. Per sollevare il problema 69 scienziati italiani hanno scritto una lettera pubblicata su Nature il 4 febbraio 2016. Si chiede all’Unione europea «di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello supeirore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei – e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandiavi – di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020», si legge nella lettera. Che mette in evidenza come ormai da anni i vari governi succedutisi abbiano trascurato il finanziamento della ricerca di base che è quella fondamentale, perché permette l’avvio di produzioni. Nella lettera si legge che i fondi di quest’anno, i Prin (progetti di interesse nazionale) ammontano a 92 milioni, ma sono troppo pochi per coprire tutte le aree di ricerca. Solo per fare un confronto, in Francia per lo stesso settore si spende un miliardo di euro all’anno. E poi ci si lamenta o che i ricercatori fuggano all’estero o che, come nel caso dei vincitori dei bandi Erc, preferiscano (17 su 30) rimanere nei Paesi dove lavorano. Per esempio la ricercatrice Roberta D’Alessandro (protagonista di una “dialettica” vivace con il ministro Giannini, v. qui) che ha vinto un finanziamento di 2 milioni di euro in 5 anni, se tornasse in Italia probabilmente farebbe fatica ad andare avanti nel suo lavoro perché in Italia manca il sostegno continuo alla ricerca di base. Quindi ha preferito rimanere in Olanda. Nella lettera gli scienziati segnalano anche una incongruenza: «Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma quadro europeo per la ricerca” per un ammontare di 900 milioni di euro l’anno, con un ritorno di 600 milioni». E questo perché il Governo italiano non ha creato il tessuto attorno alla ricerca di base,  quindi la commissione europea dirotta i fondi là dove invece questo tessuto è vivo. «Le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse», denunciano ancora gli scienziati.

Da noi accade che i ricercatori sono in fuga all’estero e quelli che rimangono sono precari, perché tra l’altro con il blocco del turn over è difficile poter entrare negli enti pubblici di ricerca. Così suona davvero fuori luogo il giubilo del presidente del consiglio Renzi di fronte al successo degli scienziati di Cascina e dell’Infn (istituto nazionale di fisica nucleare) che hanno catturato le onde gravitazionali previste da Einstein un secolo fa ma mai osservate. Successo della ricerca italiana, sì, ma senza risorse. Qualcuno si chiederà mai che se ci fossero maggiori finanziamenti alla ricerca di base, ne potrebbe trarre benefici anche la produttività delle imprese che quanto a innovazione sono molto, molto indietro?

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