Dicevano che era meglio stare sempre col sistema, far studiare i figli in una università privata, fare la gavetta in un partito, aspettare fiduciosi nell’anticamera di un manager, indurire la mascella, tener dritto lo sguardo, apparire “vincenti”. Guai agli ultimi, che se sono rimasti ultimi ci sarà stato un motivo. Rottamare i perdenti, o il perdente che si annida in noi.

Contrordine. Papa Francesco promuove Cuba isola “dell’unità e della speranza”. Chiede perdono agli ultimi fra gli ultimi, gli Indios del Chiapas “saccheggiati ed esclusi”. Bernie Sanders, che saluta col pugno chiuso folle di giovanissimi che si fanno attivisti del suo messaggio “socialista” sui social network. Hillary Clinton, la più intelligente, la più realista e amata a Washington, dove fu first lady dell’ultimo presidente prima del terrorismo globale e della Grande Recessione, quasi stenta a tenergli dietro.

Sono notizie “dalla fine del mondo”, direte. In senso spaziale e temporale. Cose che muovono dall’Argentina di Guevara, dalla Cuba di Castro, dall’America dei due atleti neri col pugno alzato nel ’68. Non è proprio così. In Inghilterra si era già visto Corbyn, in Spagna il socialista Sanchez prova a far maggioranza con Iglesias, con Podemos e con Ada Colau, che prima di diventare sindaco di Barcellona era nota per la sua “plataforma de afectados por la ipoteca”, piattaforma per difendere le persone che non possono pagare i mutui.

Quando i ricchi diventano sempre più ricchi e tu sacrifichi la vita per far studiare “bene” i figli ma senza ragionevole certezza del risultato, quando non sai dove piazzare i pochi risparmi, perché il prezzo del mattone non salirà, perché le obbligazioni ti possono fregare e le azioni non ne parliamo, ecco che capisci che il mondo non ripeterà il boom degli anni 60 e la narrazione non potrà restare quella degli 80.

Allora ti arrabbi. Vedi nemici intorno, alzi muri, metti sacchetti di sabbia alle finestre. Immagini crociate, rimpiangi le certezze del passato, diventi un sincero reazionario. Fino a banalizzare la guerra. Che sarà mai, dopo verrà la ripresa.

Oppure guardi alla rivoluzione che hai intorno, ai robot o alle macchine che si guidano da sole e consumeranno meno petrolio, guardi all’isteria dei mercati, alle statistiche che dicono che cresce il lavoro stabile ma tu non lo vedi crescere, guardi a Obama e Hollande che non sanno che pesci prendere in Medio Oriente tanto da far crescere la stella di un ex funzionario del Kgb dai metodi spicci. E ti dici: forse è ora di cambiare. Forse si può uscire dal lungo sonno della sinistra, cominciato con le vittorie di Margaret Tatcher e di Ronald Reagan.

Sapete perché nonni di sinistra e nipoti che vivono in rete sembrano intendersela tanto bene? Secondo me, perché i nonni ricordano le battaglie di Luther King e Malcom X, ricordano i Beatles e i Pink Floyd, a testa alta possono dire di essersi almeno opposti alle guerre imperialiste. I nipoti sanno di dover cercare strade nuove, se vogliono salvare quel “diritto alla felicità” sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Meglio perdenti che matti. E quei politici tradizionali sempre in tv, senza mai dubbi, con sempre più voglie devono apparire proprio matti ai giovani che si sono formati nella crisi, con internet in mano e il fantasma dell’imperialismo che ritorna nei panni del terrorismo. “Un giorno ti diranno che tuo padre… ma tu non credere”. Presago, Luigi Tenco.

Questo editoriale lo trovi sul n. 8 di Left in edicola dal 20 febbraio 

 

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