«Nella lotta contro il terrorismo usiamo ogni strumento militare e di intelligence e anche la nostra idea di democrazia e di essere un modello. E poi, quando capiamo che c’è qualcosa che funziona continuiamo ad usarla. Quando invece è inefficace, la mettiamo da parte. Negli anni abbiamo imparato che Guantanamo non aumenta la nostra sicurezza nazionale ma la diminuisce». Il presidente Obama ha finalmente deciso di provare a chiudere il centro di detenzione militare tristemente noto come Guantanamo, a Cuba e lo ha annunciato così. La abbiamo vista, denunciata, è stata oggetto di film, documentari, campagne, manifestazioni. Assieme alle torture di Abu Ghraib è una macchia enorme sulla democrazia americana – con la differenza che le torture di Abu Ghraib erano il gioco di una banda di animali, quelle a Guantanamo erano “istituzionali”. Obama aveva promesso di chiudere la prigione divenuta un simbolo della violazione dei diritti delle persone negli anni di Bush durante la sua prima campagna elettorale. Ci ha in qualche modo provato in passato, ma la questione presentava e presenta, enormi problemi giuridici e non solo. Per anni c’è stato un braccio di ferro con il Congresso e un tentativo costante di trasferire prigionieri altrove. Gli Usa hanno offerto soldi, battuto pugni sul tavolo, ma quei detenuti, negli anni della guerra al terrorismo, non li voleva nessuno. Molto sono trasferiti, ma ci sono volute trattative individuali per ciascuno.

Il progetto dell’amministrazione è semplice ed è sintetizzato in un piano di 21 pagine messo a punto dal Dipartimento della Difesa: spostare alcune decine di prigionieri in luoghi di detenzione in territorio americano, probabilmente in Colorado o South Carolina. E di trasferire gli altri 35 in paesi che ne accettino di prenderli in carico. In tutto le persone che sono ancora chiuse nei recinti che tutti abbiamo visto tante volte sono 95.

L’annuncio di Obama

La frase iniziale di Obama rimanda anche ai valori: se gli Usa vogliono presentarsi come un Paese dove regna il diritto, dobbiamo chiuderlo. E invece: «Siamo ancora a difendere il mantenimento di una struttura dove nemmeno un verdetto riguardante l’11 settembre è stato emesso. E quando facevo campagna elettorale c’era un consenso sull’idea che andasse chiuso. Anche il mio predecessore Bush era d’accordo e allo stesso modo era d’accordo John McCain».

Negli anni il Congresso a maggioranza repubblicana ha fatto di tutto per impedirne la chiusura. Anche se ormai l’85% dei detenuti è stato trasferito – 147 sotto la presidenza Obama.

Obama presenta quindi un piano al Congresso spiegando, tra le altre cose, che il piano comporta anche un risparmio di centinaia di milioni. Gli altri aspetti del piano riguardano anche la revisione dei profili delle persone detenute. Dieci detenuti sono sotto processo da parte delle commissioni militari, che non funzionano – dice Obama. I processi vanno fatti nelle corti federali perché è corretto giuridicamente che sia così e questa è l’idea del presidente.

«So che sarà difficile e che la gente ha paura di ospitare terroristi nelle prigioni americane. Ma la verità è che ce ne sono già diversi di terroristi anche più pericolosi nelle carceri americane» ha concluso Obama. Non sarà facile: diversi repubblicani e tra questi sia John McCain che il senatore della South Carolina hanno già twittato che faranno di tutto per impedire che il piano venga approvato. Nel 2010 il Congresso ha votato il divieto per il trasferimento su territorio Usa, ora dovrebbe revocarlo. Usando i suoi poteri, il presidente può trasferirne alcuni, ma non tutti. Potrebbe cominciare facendo quello. Siamo nell’anno delle elezioni e la cosa aiuterà i repubblicani a fare propaganda anti-democratici: Trump ha detto più volte che lui userebbe il waterboarding e qualsiasi altra cosa contro i terroristi. Un senatore del suo partito ha invece detto che per quanto lo riguarda quei detenuti possono marcire per sempre a Cuba. I diritti e la democrazia valgono come spilletta da appuntarsi alla giacca, non come valore. Obama, che è un costituzionalista e sul tema ha pensato e ragionato anche dal punto di vista dell’accademico, promette che farà di tutto. Che ci riesca è un altro paio di maniche.

 

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