Se annunci l’accordo con qualcuno senza aver raggiunto in realtà alcun accordo, succede quello che abbiamo visto succedere nelle ultime ore al Partito democratico sulle unioni civili. Che Alfano, cioè, alzi continuamente la posta, e provi a smontare passo passo la legge Cirinnà, non accontentandosi di aver già ottenuto lo stralcio della stepchild adoption (ottenuta in realtà dagli alfaniani sostenuti dai volti del Family Day, ma anche dai cattolici nel Pd).

Prima si chiede dunque di togliere ogni riferimento al matrimonio, poi si chiede di togliere il vincolo di fedeltà, poi (e questo però non l’ha ottenuto) si dice che neanche lo stralcio della stepchild va bene e che due paroline le si dovrebbe lasciare ma contrarie all’adozione del figlio del partner, giusto per «evitare che i giudici riconoscano le adozioni da parte dei partner omosessuali», cosa che in effetti stanno facendo, nel vuoto normativo.

Il tutto avviene in un susseguirsi di riunioni. Una via l’altra, con i centristi a frenare e i democratici a mostrarsi ottimisti: «Ci siamo, ci siamo. Siamo a un passo», dice ad esempio Luigi Zanda, capogruppo Pd a palazzo Madama, entrando che è ormai sera in una stanza con Maria Elena Boschi, Andrea Orlando e Beppe Lumia per fare il punto sul maxi emendamento. Emendamento su cui il governo mette la fiducia (Bersani: «Io eviterei, prendendo atto di ciò che decide il Senato») e che arriva solo dopo una giornata di mediazioni. Si vota oggi.

Ecco allora che nel Pd c’è chi preferirebbe alla fine andare in aula e vedere che succede, chi preferirebbe votare senza fiducia e rinunciare pure alla via del maxi emendamento. È la linea della minoranza dem, che però finisce al solito con l’adeguarsi. Salvo qualche rara eccezione, come quella di Luigi Manconi, al Senato, dato in troppo forte imbarazzo, e quella di Michela Marzano, la filosofa deputata e docente alla Sorbona che anche se non dovrà votare, ospite diRainews24, dice: «Nel momento in cui si dovesse approvare una legge senza la stepchild adoption, una legge che non sarebbe degna di questo nome, tirerò le conseguenze e molto probabilmente lascerò il Partito democratico».

Oltre alla mortificazione della legge, per Bersani&co pesa che al posto della stepchild, con la legge Cirinnà, diventerà invece ufficiale il matrimonio del Pd con Verdini, questa volta fondamentale per far passare la legge al Senato, una volta messa la fiducia (né 5 stelle né Sinistra Italiana, già scontenti per come riscritta la legge la voteranno se votarla vuol dire sostenere il governo). E Verdini è proprio contento anche perché – racconta la Stampa – a giorni dovrebbe avere anche un suo sottosegretario, nuovo acquisto del partito, ultimo passo per entrare al governo, seppur senza clamore: «Non saremo più una forza di minoranza, ma sosterremo il governo dall’esterno», avrebbe detto ai suoi, seduto a un tavolo di un caffè, «ufficialmente Matteo non ci potrà dare nulla, ma Tonino Gentile molto presto passerà con noi. Così avremo un nostro uomo al governo».

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