Sono in tante come S. a prendere un qualsiasi volo dall’Irlanda per raggiungere la Gran Bretagna. S. ha 19 anni, a tutti, ad eccezione di qualche amico, ha detto che andava a fare un giro, non in Uk. Appena atterra manda un messaggio a quella che alla sua migliore amica: «Il mio numero sembra strano? Qualcosa può far capire che sono in Inghilterra?». Quella di S. non è la fuga di un’adolescente per andare a divertirsi, la fuga di S. ha una ragione ben precisa: in Irlanda abortire è illegale.
Il tassista che porta S. dall’aeroporto al suo indirizzo di destinazione lo capisce subito e in poche parole riesce a descrivere la situazione: «Ah, sei Irlandese, capisco». Come se a quello stesso indirizzo avesse trasportato già molte ragazze connazionali di S..
E i numeri sembrano dare ragione al tassista: le irlandesi che dal 1971 si sono recate in Inghilterra o in Galles per interrompere la gravidanza sono 177.000. Chiunque infatti possa permettersi un “temporaneo esilio” in Inghilterra sceglie quest’opzione per aggirare una legislazione per cui l’aborto è illegale e che, secondo il Centre for Reproductive Rights, è «una violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute e alla dignità».
Circa 3 anni fa, il 12 luglio 2013, con il “Protection of Life During Pregnancy Bill” erano state introdotte eccezioni alla totale illegalità, stabilita nel 1983 con un referendum costituzionale in cui veniva vietata l’interruzione di gravidanza. La legge del 2012, pur essendo di portata storica, di fatto sancisce un iter talmente tortuoso da costringere comunque le donne irlandesi al “temporaneo esilio” per abortire, come è successo a S.. Eppure le cose potrebbero cambiare presto nella cattolicissima Irlanda che, dopo aver approvato lo scorso anno il matrimonio omosessuale, proprio oggi va al voto e sembra avere intenzione di eleggere il prossimo premier anche sulla base dell’idea che ha dell’interruzione volontaria di gravidanza.
Negli ultimi mesi infatti i movimenti e le manifestazioni a favore della tutela delle donne che si trovano nella stessa situazione di S. sono stati, come mai prima d’ora al centro della vita politica del Paese. E con l’imminente elezione del nuovo primo ministro irlandese la posizione del futuro premier sull’interruzione di gravidanza è soprattutto questione di voti. Il dilemma che più risuona nei palazzi della politica è semplice: valgono di più i voti dei movimenti e dei cittadini pro-aborto oppure quelli dei cattolici conservatori?

LEGGI CHE:

Project X-ile, le irlandesi ci mettono la faccia per chiedere la legalizzazione dell’aborto

Per rispondere basta dare un’occhiata all’Irlanda di oggi. Che non è sicuramente quella del 1983 pronta a votare a favore dell’Eighth Amendment della Costituzione, perché moralmente convinta che la vita del feto sia uguale a quella della madre e che l’aborto debba essere illegale. Sicuramente rimane uno dei paesi più cattolici e conservatori d’Europa, ma quest’identità sta iniziando a convivere con un’altra identità più progressista, più tecnologica, più aperta e che dilaga più in fretta fra la gente. Quella delle imprese hi-tech o dei colossi del web (basti pensare a Twitter, la cui sede europea è proprio a Dublino), quella dei laureati iperqualificati ormai multilingue e di tutte quelle giovani generazioni che si sentono molto più europei che irlandesi. Cittadini di un’Europa di cui mal tollerano le politiche economiche di austerity ma della quale condividono i valori progressisti e liberali su cui è stata fondata. Di un’Europa che ha vissuto un processo di secolarizzazione capace di aprire le menti e svuotare le chiese, con grande rammarico del Vaticano. Nel 1984 circa il 90% dei cattolici irlandesi dichiarava di andare in chiesa settimanalmente. Nel 2011 questa stessa percentuale è crollata al 18%. Segno tangibile del fatto che qualcosa è cambiato. «Fin dagli anni settanta con il suo ingresso nella Comunità europea, l’Irlanda ha iniziato un processo che l’ha vista diventare progressivamente sempre più urbanizzata e in linea con gli standard europei» ha detto a Newsweek Carol Holohan, professore di Storia moderna dell’Irlanda al Trinity College. Ma in Irlanda il distacco con la chiesa cattolica aumenta sempre più, non solo per cause culturali, ma anche per motivi storici e soprattutto per fatti di cronaca che hanno ridotto a brandelli il rapporto di fiducia fra fedeli e Vaticano. È il caso per esempio di una serie di scandali per abusi su minori che hanno travolto negli anni 90 e nei 2000 il clero irlandese. Proprio sulla pedofilia il governo ha addirittura commissionato un rapporto che è stato reso pubblico nel 2009. Nel documento di ben 2600 pagine emerge che le violenze sui bambini nelle scuole e negli orfanotrofi cattolici del Paese erano endemiche. Nonstante i continui tentativi di insabbiamento, le accuse e le prove mosse contro preti e suore per abuso di minore, hanno quindi indubbiamente messo in discussione di fronte a gran parte della popolazione l’autorità morale della Chiesa e con essa la sua capacità di influenzare tematiche politiche che aprivano spazio a una dimensione anche etica come aborto e matrimoni omosessuali.
Il successo nell’approvazione delle nozze gay nel maggio 2015 indica proprio questo: una volontà di rimettersi al passo con i principi europei abbandonando il pesante bagaglio di bigottismo cattolico che aveva frenato l’Irlanda dal diventare un Paese progressista. Revocare l’Ottavo emendamento sull’aborto, anche se sarebbe solo un primo passo, suscita ancora reazioni più agguerrite rispetto all’approvazione dei matrimoni gay. Quale sarà la strada scelta e intrapresa dall’Irlanda lo vedremo dal risultato e dalle reazioni che ci saranno dopo il voto alle elezioni del 26 febbraio. Intanto in vista delle urne il Labour irlandese, che fa parte della coalizione di governo, e Sinn Fein, partito indipendentista che nei sondaggi è al terzo posto per gradimento, hanno già dichiarato che in caso di vittoria supporteranno un referendum per abrogare l’Ottavo Emendamento. Enda Kenny, primo ministro in carica e leader del partito di centro-destra Fine Gael, invece la prende più alla lontana e dichiara che, in caso di rielezione, nominerà un gruppo di cittadini per determinare se il Parlamento dovrebbe o meno tenere un referendum sulla modifica costituzionale che sancisce l’aborto. La prudenza di Enda Kenny ha ovviamente radici molto concrete, da un lato la volontà di non deludere l’elettorato coservatore cattolico, dall’altro la consapevolezza che il Paese sta cambiando e che secondo molti sondaggi la maggior parte degli elettori voterebbe per l’abrogazione dell’Ottavo Emendamendo, spianando la strada a un’Irlanda più laica e progressista, dove una ragazza come S. non sarebbe costretta a un “esilio temporaneo” per abortire.

Commenti

commenti