Abbiamo incontrato l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, alla tre giorni di Madrid e ci ha spiegato il perché era importante essere lì. Ecco un’anticipazione dell’intervista che uscirà sabato in edicola.

Che senso ha questa tre giorni di Madrid dedicata al PlanBEurope?

Il legame tra la Grecia e la Spagna, almeno nel mio immaginario, risale al 1936, alle Brigate internazionali, alla nostra battaglia comune contro il fascismo. Il 1936 è l’anno della dittatura fascista in Grecia. Quindi, è fantastico essere qui oggi, aver avuto l’occasione di confrontarci e di confermare un consenso unanime sulla diagnosi e su ciò che occorre fare a livello europeo, dalla Grecia al Portogallo, dal Portogallo alla Finlandia, dalla Finlandia fino alla Slovacchia, giù fino ai diversi Paesi dell’Unione Europea che si sta disintegrando. Pensate ai muri che vengono eretti ancora una volta, persino tra Paesi come l’Austria e la Germania, tra la Francia e l’Italia. Nuovi muri vengono eretti a Evros, nel nord della Grecia, a Lesbo, vicino agli Spagnoli. E quando i muri entrano nella testa della gente, il sogno europeo di una prosperità condivisa muore. Quando Paesi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia sono spinti dall’Eurogruppo, dalla Troika, dall’Unione Europea, verso una recessione permanente, pur di salvare un cartello qual è l’Unione Europea di oggi, e un sistema monetario quale l’Eurozona, sappiamo che è solo una questione di tempo, ma poi ci sarà una frammentazione dell’Europa. E gli unici a beneficiare di questa frammentazione non saranno i sostenitori della democrazia del centrodestra o del centrosinistra, o la sinistra radicale, gli anarchici, gli idealisti… I soli a beneficiarne saranno gli ultra-nazionalisti, i sostenitori delle Le Pen, di Alba Dorata, coloro che vogliono militarizzare tutte le frontiere d’Europa. Ed è per questo che è fondamentale avere incontri come questo! Il nostro grido dovrebbe essere “Uniamoci!”

 

C’è spazio di manovra in Europa per pensarla diversamente?

Dopo le elezioni democratiche lo scorso anno, quando ho provato a convincere i miei colleghi dell’Eurogruppo della necessità di trovare un nuovo consenso su cosa fare in Paesi come il mio, condannato ad una terribile depressione economica, a causa della quale abbiamo perso un terzo del nostro reddito, ed il nostro debito è diventato assolutamente insostenibile e la disoccupazione è passata dall’8% al 28%, il primo ministro tedesco si è girato verso di me e mi ha detto: «Non si può permettere a dei risultati elettorali di cambiare le politiche economiche del tuo Paese». Di fronte a questo tipo di affermazioni, penso ci sia spazio e respiro per reclamare democrazia in Europa. La democrazia non è un lusso che possono permettersi i creditori e che può essere negata ai debitori!

 

Questo articolo continua sul n. 9 di Left in edicola dal 27 febbraio

 

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