Dunque, politica è questo? Dopo aver detto che su unioni civili e adozione del figlio del partner omosessuale avrebbe deciso liberamente il Senato, ci si allea con i peggiori nemici dei diritti – Alfano, Giovanardi, Verdini – per mutilare la legge e imporla con la fiducia. Una doppia piroetta con cambio di cavallo pur di garantire stabilità al governo.
È dunque politica farsi scrivere un papello in inglese per chiedere all’Europa di sforare i vincoli di bilancio, dopo aver lasciato Tsipras nelle fauci dei cerberi del rigore e dopo aver svalutato il lavoro con il jobs act, il decreto Poletti, la decontribuzione alle imprese senza chiedere innovazione né impegni per l’occupazione?
Politica è edulcorare i dati per narrare a reti unificate – Rai è del governo, sia Mediaset che Sky hanno bisogno del governo – che l’Italia è sulla strada giusta? Un giornalista esperto in dati, Luca Ricolfi, ha dimostrato che la decontribuzione alle imprese costerà 10 miliardi e ha portato nel 2015 solo 186mila posti fissi in più. Mentre i contratti a tempo sono cresciuti di 420mila unità. E se si depura lo 0,7% in più del Pil dai fattori “esogeni” di ripresa – quantitative easing di Draghi, calo del petrolio – che avrebbero dovuto portare a un +1%, si constata che l’Italia è tuttora in zona negativa: -0,3%. Non importa, Ricolfi scrive per il Sole24Ore, chi volete che lo legga? Intanto si riducono le stime di crescita per il 2016 (+1,4%), ma è sempre +! Allora?
Politica significa ripetere le stesse frasi, piene di svarioni storici e millanteria: «Di legge elettorale si discuteva da venti anni e di riforme istituzionali da settanta», «in Italia si sono cambiati i governi e non si sono cambiate le cose: sessantatré governi e non si sono realizzate le riforme», «vedrete che l’Italicum sarà copiato in mezza Europa», «l’Italia tra vent’anni sarà leader in Europa e non lo dico come training autogeno», «il dato di fatto, inequivocabile e oggettivo, è che mai, in nessun paese d’Europa, tante riforme sono state fatte in così poco tempo». Tanto da far sbottare Gian Antonio Stella: «Cala Trinchetto!».
Sarà, ma noi di Left non ci rassegniamo a questa politica senza popolo. Non pensiamo che dare la parola agli elettori – visto che nessuno fa più le cose per cui era stato eletto – significhi «far perdere sei mesi all’Italia». Non celebreremo un Principe che, rafforzando la sua presa sul potere, invochi di volta in volta diritti da estendere, tutele da garantire, politiche per il lavoro o per i giovani. Salvo sostenere poi che non si poteva fare altro e che è comunque meglio del niente che si faceva prima. Un Principe non eletto, revisionista e pieno di sé.
Non ci rassegniamo, e cerchiamo negli Usa – nel numero scorso – e nella sinistra europea – in questo – i segni di una politica diversa. Una politica che non abbia paura del voto né dei diritti. Che sappia ascoltare i 9 milioni di cittadini italiani – 3milioni con contratto a tempo, 3 milioni che lavorano senza contratto, 3 che cercano lavoro e non lo trovano (dati Ricolfi) – esclusi dalle magnifiche sorti e progressive del capitalismo finanziario. Il quale controlla i mercati, erode reddito e aspettative del ceto medio, favorisce la concentrazione in poche mani di ricchezze enormi, postula che la democrazia diventi decidente. Democrazia sì, ma per i mercati!
Per noi è politica battersi per l’Europa, un’altra Europa. Sgrassare, in Italia, corruzione e intermediazione criminale, che sono il peggior lascito del neoliberismo. Garantire istruzione per tutti e rivoluzionare il sistema sanitario, rendendolo di nuovo pubblico, mettendo la persona al centro delle cure, puntando sulla ricerca, come fanno in India. È battersi contro la svalutazione del lavoro che alla fine è svalutazione della donna e dell’uomo, ridotti a merce e scarto.
Utopia? Forse, ma in nome delle utopie si sono mossi milioni di donne e di uomini, costruendo speranza, futuro, benessere.

Questo editoriale lo trovi sul n. 9 di Left in edicola dal 27 febbraio

 

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