Sembra immutabile, fragilissima – certo – ma uguale alla cartolina che hai ricevuto da bambino. A pensarla da lontano sembra minacciata solo dall’acqua alta o dalle grandi griffe che si nutrono di antiche botteghe. Ma, a guardarla più attento, a non seguire le scritte nere sulle frecce gialle (per Rialto, San Marco, Accademia…), a scartare di lato i flussi di turisti, Venezia ti appare piena di scritte, graffiti e di bandiere appese alle finestre contro il Mose oppure contro le Grandi Navi, lenzuola che contestano la svendita di pezzi di città, isole intere, Poveglia, l’Arsenale. E dai muri le locandine ti avvisano di incontri, scontri, conflitti in corso, di carnevali alternativi e contro-mostre del cinema. No, Venezia non è una città pacificata, non lo è mai stata. E non credere di essere il solo a scegliere itinerari alternativi, a seguire tracce di ribellioni, resistenze, utopie. «Altro che morte della città, vuota, decadente, lamentosa, ingorda “trappola turistica”! C’è una Venezia viva, ribelle e resistente, non rassegnata, mai piegata ai poteri, siano essi l’impero o il papato, l’occupante straniero o i padroni di ogni sorta. O il mercato», scrive la storica Maria Teresa Sega nella prefazione di Guida alla Venezia ribelle, di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, con cui le edizioni Voland arricchiscono un catalogo che intercetta il desiderio diffuso di lettori capaci di sguardi incantati ma critici. La ricerca della memoria delle rivolte è anch’essa ribellione, anche solo a modelli di consumo.

 

Questo articolo continua sul n. 9 di Left in edicola dal 27 febbraio

 

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