Tutta la vita. E per sempre dalla parte di chi i muri li forza e li sfonda. Ieri ho guardato fino alle due di notte le immagini di quei migranti, trecento tra siriani e iracheni, che prendevano d’assalto quel muro di filo spinato, che si ferivano, che si sdraiavano sui binari, le immagini di quegli elicotteri che li respingevano, dei lacrimogeni… poi ho guardato Human di Yann Arthus-Bertrand (di cui parleremo sabato su Left), un fotografo che si è preso la briga di chiedere a più di 2.000 persone sparse per il mondo (proprio sparse negli angoli più assurdamente remoti del mondo) “cosa ci rende umani?”. Qualunque fosse il Paese, la cultura, l’età o la religione delle persone, la domanda era quella: ti senti libero? qual è il significato della vita? che messaggio hai per gli altri?
E tra le centinaia di volti di donne, uomini di ogni dove, due ve li racconto. Il primo è quello di un giovane profugo afghano nella Jungle di Calais che a Yann dice: «Lasciatemi vivere. Come potete rimandarmi laggiù al mio Paese? Quale Paese? Non è un più un Paese, è un campo di battaglia. Non vi chiedo niente, né cibo né altro… lasciatemi solo vivere».
L’altro è un giovane uomo africano e il suo sorriso : «Alla polizia che mi chiedeva il permesso di soggiorno ho detto: quando sono nato non sono uscito dalla pancia di mia madre con i documenti. Ho diritto di vivere dove desidero, sono cittadino del mondo», ha detto a Yann.
Una settimana fa ero dove volevo essere, a Madrid. Per ascoltare che PlanBEurope preparano le sinistre per questa Europa, di cui scriviamo questa settimana, e Yanis Varoufakis mi ha detto: «Militarizziamo le frontiere, utilizziamo la Nato, blocchiamo i rifugiati, per fare cosa? Per riportarli dove? Indietro da dove scappano? L’unica cosa da fare è lasciarli entrare. Tutti. Quando qualcuno bussa alla vostra porta, nel bel mezzo della notte, qualcuno a cui hanno sparato, che è bagnato, stanco, ha fame, ha dei bambini, non è possibile fare il calcolo costo-benefici se aprire o meno quella porta. Quella porta si apre e basta! È il nostro dovere, insieme a quello delle Nazioni unite. L’Europa è abbastanza grande e abbastanza ricca per farli entrare. Poi, ci preoccuperemo di come fare. Ma prima li facciamo entrare, gli diamo da vestire, da mangiare, ci assicuriamo che non muoiano, che non anneghino e poi troveremo un modo per integrarli. Sono fiero di quello che stanno facendo i Greci». E uno dei cardini di quei tre giorni a Madrid, e di quell’Europa umana e solidale che si progettava, era proprio l’apertura delle frontiere.
Ieri, avrei voluto essere sul confine macedone, a Idomeni, insieme a quei trecento per sfondare quell’assurdo muro di disumanità.

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