Pur essendo tra quelli che hanno inquinato meno, pagano le conseguenze più pesanti del surriscaldamento globale. Accade a molti Paesi, specie i più poveri, che sono i primi a correre ai ripari per scongiurare disastri. Così hanno fatto le Fiji, primo Stato ad aver ratificato, il 16 febbraio, l’accordo sul clima raggiunto a Parigi lo scorso dicembre. Quattro giorni dopo, però, hanno dovuto sperimentare le conseguenze nefaste di un altro primato: quello della peggior tempesta tropicale che si sia mai abbattuta sul piccolo Stato insulare, con il maggior numero di vittime. L’uragano Winston, che ha ucciso 42 persone, su alcune isole è arrivato con una violenza classificata di categoria 5, ben oltre quello del 1985, Eric, che raggiunse categoria 3 e uccise 25 persone nella capitale Suva. Circa 62mila gli sfollati, mentre le persone coinvolte dalla tempesta arrivano a 350mila, oltre un terzo della popolazione dell’arcipelago composto da 322 isole, di cui 106 abitate permanentemente, e 522 isolotti.

Le due isole maggiori, Viti Levu e Vanua Levu, su cui vive l’87% della popolazione, sono state toccate solo parzialmente alla furia di Winston, ma nonostante ciò nella parte nord di Viti Levu c’è la maggiore concentrazione di persone colpite. Scuole e strutture ricettive (il turismo pesa per il 17% sul Pil) hanno riaperto dopo pochi giorni, ma la situazione resta drammatica, anche perché a fronte dei danni provocati da Winston, che ammontano a mezzo miliardo di dollari (il 10% del Pil), soltanto il 2% della popolazione ha un’assicurazione. Un disastro che mette a rischio anche l’obiettivo del governo di raggiungere il 100% di energia rinnovabile entro il 2030. Per dimensionare la situazione dopo il ciclone, è come se gli Usa fossero stati raggiunti contemporaneamente da 15 uragani della potenza di Katrina, che ad agosto 2015 ha provocato i danni maggiori mai registrati in Nord America. Gli elementi per individuare un’anomalia ci sono tutti, a cominciare dalle temperature record registrate nel 2015 e negli scorsi tre mesi. «Anche se non siamo in grado di confermare un rapporto diretto con il cambiamento climatico, gli scienziati vi diranno che le temperature più calde e l’acqua più calda producono tempeste più forti», ha detto Ahmed Sareer, rappresentante permanente delle Maldive alle Nazioni unite e presidente dell’Associazione dei piccoli Stati insulari (Aosis), sottolineando l’urgenza di applicare l’accordo di Parigi. Accordo che, per entrare in vigore, deve essere ratificato da almeno 55 nazioni per un minimo del 55% delle emissioni di CO2. Per il segretario del Climate vulnerable forum, l’esperto filippino di clima e adattamento agli sconvolgimenti climatici Emmauel de Guzman, la questione è legata al contenimento dell’aumento della temperatura terrestre.

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«Questo è un altro doloroso ricordo del perché l’azione globale sui cambiamenti climatici è così urgente e vitale», ha commentato de Guzman a pochi giorni dal passaggio di Winston sulle Fiji. «A solo un grado di surriscaldamento sperimentato oggi, i Paesi vulnerabili continuano a sopportare il peso di tempeste record, inondazioni e condizioni atmosferiche estreme. Ci aspettiamo che tutti i Paesi collaborino per salvaguardare la nostra gente, mantenendo il riscaldamento al minimo, entro il limite di 1,5 gradi (rispetto ai livelli preindustriali, ndr), come sancito dall’accordo di Parigi». In Francia le superpotenze hanno respinto ogni ipotesi che aprisse la strada al riconoscimento delle loro responsabilità. Così le misure di mitigazione e adattamento restano deboli e, come hanno denunciato le stesse Fiji a Parigi, i fondi inadeguati per chi subisce perdite e danni. Se arriveranno soldi per i Paesi in via di sviluppo, sarà per la diffusione delle ecoenergie e non certo per i disastri che già subiscono, denunciano gli ambientalisti. Ma a chi giova non prestare attenzione al buon esempio e al dramma dell’arcipelago del Pacifico?

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