«La profondità e oscurità di quella voce era quel che Nina aveva nell’anima e ti toccava immediatamente», spiega George Wein, che gestiva uno dei primi locali dove Nina Simone – da Niña e Simone Signoret, nome d’arte scelto per non apparire con il proprio sui manifesti che pubblicizzavano il suo lavoro di pianista e cantante in un bar di Atlantic City, non un posto raccomandabile per una ragazzina battista del Sud.

La profondità e oscurità di una voce e di una vita difficile sono quel che traspare da What Happened Miss Simone? il bel documentario prodotto da Netflix e passato a Berlino sulla vita della pianista cantante con la voce da donna e da baritono allo stesso tempo – come dice nel film il suo chitarrista.

Le origini umili, la voglia di essere la prima pianista classica nera a esibirsi in una importante sala concerti e suonare Bach – suonerà alla Carnegie Hall di New York, ma non musica classica come sognava – l’amore per la figlia e la poca voglia di andare in tour lasciandola a casa, le botte del marito produttore dalle quali, sembra quasi capire, era in una qualche forma dipendente, il movimento per i diritti civili a cui aderisce scrivendo Mississippi Goddam dopo le stragi di Birmingham Alabama del 1963, la scoperta di una forma di disordine bipolare negli anni 80 sono tutte raccontate con la voce di protagonisti e della stessa pianista cantante.

In un’ora e quarantadue What Happened Miss Simone? di Liz Garbus (e di cui Lisa, la figlia di Nina è produttrice) ci si appassiona alla figura di una artista profonda, contraddittoria, complicata, arrabbiata e violenta, raramente sorridente e capace di far sentire le ferite e il dolore (o la gioia) con la propria musica.

 

«La mia maestra di musica – che mi aveva ascoltato suonare nella chiesa dove mia madre predicava e si era proposta di farmi studiare – era bianca e la cosa mi spaventava: per andare a lezione dovevo attraversare la ferrovia, che al Sud era il confine tra i bianchi e i neri, non conoscevo la vita dei bianchi, mi spaventavano». Il rapporto con il colore della propria pelle e con i bianchi è uno degli aspetti dominanti del film e della vicenda personale di Nina. Così come la rabbia per un sistema di non detti (razzista) che le impedisce di diventare una pianista classica nonostante la fatica fatta per arrivarci. L’educazione musicale è un pezzo della via all’isolamento: studiando musica Eunice Waymon, nata nel ’33 in North Carolina, vive sola, non con i ragazzi bianchi e men che meno con i neri: «L’unica cosa che mi chiedevano era di suonare per poter ballare». Le vicende narrate sono tante, compresi gli ultimi anni devastanti e una identità sessuale complicata. Confusa. Il film è per certi aspetti tragico e molto buono. Ed è abbastanza coraggioso per essere una produzione Netflix, segno di come il sistema di produzione della settima arte stia cambiando in maniera rapidissima grazie alle tecnologie e alla rete (questo è un caso positivo, c’è naturalmente di peggio). Il fatto che sia prodotto dal gigante del consumo audiovisivo online significa che potete vederlo a casa.
Una risposta al documentario è un bio-pic che ha avuto mille traversie durante la produzione e che non è piaciuto alla figlia perché lega troppo il ritorno sulle scene di Nina alla relazione con Clifton Henderson. Il film racconta un’altra storia ed ha attirato su di sé diverse polemiche anche prima di essere distribuito.
L’account Twitter ufficiale di Nina Simone (gestito da un incaricato della famiglia) ha risposto con durezza a Zoe Saldana, l’attrice che interpreta il ruolo della cantante. E la figlia di Nina, a cui il film e l’idea di personaggio che c’è dietro non è piaciuta e non è piaciuta la storia: «È pieno di cose non vere, a cominciare dalla relazione tra mia madre e Clifton Henderson» ha detto a Time. Simone Kelly ha comunque difeso Zoe Saldana, pur spiegando che sarebbe stato meglio scegliere un’attrice nera per interpretare la madre. Certo è che Nina non esce sotto i migliori auspici.

Ci sono frasi e spezzoni di frasi che sentiamo in entrambe le versioni cinematografiche della storia di Nina Simone, ad esempio la sua definizione di felicità («Non avere paura»). Ma i due film non si somigliano affatto.

Quel che c’è di buono è che, assieme a molte altre opere, libri, dibattiti e articoli di giornali, il biennio 2015-2016 sta diventando forse un momento di passaggio per la storia degli afroamericani. Più racconti dei grandi personaggi di quella storia e delle loro contraddizioni, più interesse, più interesse in una storia raccontata come la storia d’America. Un interesse che probabilmente dobbiamo a Black Lives Matter e che probabilmente avrà delle ricadute anche sul ciclo elettorale.

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