Innanzitutto il rispetto. Rispetto mica per delle primarie che a Roma vengono strombazzate fanfaronamente da un Orfini che si scioglie come neve al sole ma rispetto per le persone (e quelle sono sempre straordinariamente tante e straordinariamente motivate) che nonostante tutto si sono alzate presto, hanno montato i gazebo, preparato i tavoli, i materiali informativi, hanno lasciato un sorriso che non tradisse delusione o rancore, hanno passato un giorno a Roma tra il vento e la pioggia, hanno provato a fare delle macerie il concime davvero per qualcosa di nuovo. Ecco, io credo che Orfini o Giachetti che esultano bluffando sui numeri dovrebbero stamattina provare a sedersi con loro, quelli che le hanno fatte le primarie, con k-way e berretto a contare le schede rovesciate sul tavolo.

Perché il capitale che stiamo buttando, nel centrosinistra, è questa rete di persone capaci di mantenere un ottimismo della ragione come se fosse una missione. Perché se queste primarie avessero dovuto apparecchiarle i dirigenti, i quadri del Partito di Renzi, coloro che da ieri sera appaiono distesi nelle interviste di rito, ecco se avessero dovuto rimboccarsi le maniche loro, i Guerini, gli Orfini, le Boschi eccetera,  queste primarie fatte da loro sarebbero state a forma della delusione quando a Natale la pista dei trenini appena scartata si scopre che non si accende. Una cosa così.

Quando si comincia ad interpretare i numeri significa che si ha una bassissima opinione dei propri lettori: giocare a convincerci che la metà rispetto alla volta precedente sia comunque molti di più dei votanti alle primarie di un altro partito è la prova che la politica si fa pollaio, gli ideali diventano adesivi catarifrangenti e la serietà è una scena da mimi. Io, davvero, ammetto che mi piacerebbe riuscire a sedermi con i dirigenti del PD, davanti a una birra e almeno scoprire che le dichiarazioni di soddisfazione per delle primarie a Roma vinte da colui che le aveva già definite “un circo” siano semplicemente strategia. Mi tranquillizzerebbe sentirlo, mi sentirei almeno meno alieno.

Il Partito Democratico ha dissanguato in pochi anni un patrimonio di energie (oltre che di elettori) per abbeverare il suo leader. Lui, Renzi, imperversa bullo con ospitate nazionalpopolari. Fosse stato Pertini avrebbe preteso di portarsi a casa il pallone, ai mondiali del 1982. E mentre il leader continua instancabile nel suo percorso di presidenza del consiglio neomelodica ci vorrebbero convincere che le primarie siano state un successo. Le primarie che sono state partecipate la metà di quelle che elessero Marino. E per non perdere la memoria andate a rileggervi le prime pagine di quel lunedì 8 aprile 2013: «flop primarie» intitolavano i quotidiani. E la metà del flop oggi è un successo.

Il confine tra la politica e la propaganda è un filo sottile che si tiene in un equilibrio precario tra il bordo di una costruttiva autoreferenzialità e la millanteria. Se in un deserto i giganti appaiono giganti per il nanismo generale si rischia di perdere il giusto peso delle cose, dei numeri, delle situazione e di sprecare le emozioni. Queste primarie romane sono state il “mercatino delle pulci” da cui dovrebbero convincerci di avere partorito dei leader. E mentre il PD si rinsecchisce il suo leader è sempre più sorridente è più satollo. Come i vampiri.

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