Gentrification è una delle forme attraverso le quali le città europee e non solo stanno cambiando pelle. A ridosso dei centri urbani o in zone di relativo pregio ma decadenti (o in centro, se questo si è svuotato, come capita negli Stati Uniti), artisti, giovani, studenti trovano la possibilità di abitare a prezzi accettabili, aprono attività culturali e ludiche e, pian piano cambiano la faccia del quartiere. A quel punto, gli immobiliaristi fiutano l’affare e cominciano a investire, comprare, ristrutturare. I prezzi aumentano e il gioco è fatto: il quartiere non è più se stesso, ma neppure quello cambiato dai giovani.  Ristrutturazione degli edifici e quindi lotta al degrado ma anche allontanamento da quel quartiere delle classi popolari che storicamente l’abitavano e favorire l’arrivo di altre fasce di popolazione, studenti, intellettuali, artisti, l’alta borghesia ecc. Il termine gentrification è stato introdotto nel 1964 da Ruth Glass in una serie di saggi focalizzati sui cambiamenti di certi quartieri londinesi. Gentrification viene da gentry che sta a significare la borghesia.
Oggi questo fenomeno è visibile in molte grandi città, sia in Europa che negli Stati Uniti.
«Senza il controllo pubblico può diventare un processo socialmente iniquo dal punto di vista della sostenibilità sociale», afferma Paolo Berdini, urbanista e scrittore, profondo conoscitore di Roma e del suo sviluppo edilizio, che per Donzelli ha scritto, tra gli altri, Le città fallite e Breve storia dell’abuso edilizio.
Berdini insieme a Giovanni Semi autore del libro Gentrification. Tutte le città come Disneyland (Il Mulino) sarà presente all’incontro promosso dall’associazione Oltre la crescita (con Cinzia di Fenza) e Left in programma domani 11 marzo (ore 17.30 sede di Left via Ludovico di Savoia 2/B, Roma).
Con l’urbanista da sempre attento ad una lettura anche sociale delle città cerchiamo di chiarire gli aspetti principali della gentrification. Partendo anche dalla città di Roma, dove un quartiere in particolare ne è l’esempio concreto. Il Pigneto.
«Ci sono stati altri due quartieri che si sono trasformati negli anni, Trastevere e San Lorenzo, e sono due esempi da antologia della gentrification», sottolinea Berdini. «Ma in quel caso le cose sono andate in un altro modo. Il tempo della città ha assorbito gli studenti, gli studenti hanno preso in affitto appartamenti dalle famiglie, il processo non è stato immediato. Invece oggi la gentrification è un fatto quasi scientifico, direi. Si tratta di gruppi immobiliari che investono a tappeto, perché sanno di ricavare immediatamente un lucro consistente. Questa è la differenza con il passato», dice Berdini.

Il Pigneto è il caso del momento. Un quartiere bello comunque vicino al centro. Ma cosa accade quando arrivano gli investimenti? «Le proprietà vengono valorizzate e aumenta il loro valore. Questo significa che le persone che stavano in affitto prima non se lo possono più permettere e se ne devono andare. E poi cambia il tessuto commerciale, aprono solo alcuni tipi di negozi, scoppia la movida, ecc.».
Se da una parte la valorizzazione degli immobili salva gli edifici dal degrado, dall’altra parte il ritmo urbano in quel quartiere viene completamente stravolto. La notte prevale sul giorno, i bar e i locali vincono sulle piccole botteghe artigianali, ecc.
Per impedire il “consumo” di quartiere, sarebbe importante la “mano del pubblico”, fa notare l’urbanista.

Berdini cita l’esempio di Monaco dove sì, il miliardario proprietario di Vogue ha potuto trasformare dei capannoni industriali che aveva acquistato, ma è stato obbligato dal comune a prevedere accanto alla sua mega residenza anche degli alloggi popolari «dove oggi vivono delle famiglie turche», dice Berdini. La gentrification potrebbe essere creata ad arte sempre dal pubblico. Come per esempio decidere di intervenire nelle periferie più degradate. «Pensiamo al Teatro di Tor Bela Monaca, non muove molto ma è comunque una goccia. Adesso l’hanno fatto morire. Ma se il Comune decidesse di costruire, che so, l’auditorium più bello in una periferia il tessuto sociale di quel luogo ne risentirebbe», continua Berdini.
Negli Stati Uniti, racconta, è accaduto che sono stati dei privati cittadini ad opporsi alla gentrification. A New York un gruppo di donne di comune accordo ha acquistato degli appartamenti in un’area che sarebbe stata preda degli immobiliaristi e così ne ha preservato il carattere “popolare”. Un altro quartiere di Roma, Testaccio, è oggetto di gentrification, fa notare Berdini, ma per fortuna fino ad un certo punto. «E questo grazie al fatto che il pubblico è proprietario delle case popolari. Così sono rimasti ancora dei vecchi abitanti», ricorda Berdini.
Fa piacere vedere quindi passeggiare accanto al giovane hipster frettoloso anche l’anziana “testaccina” con la borsa della spesa. Così come vedere accanto al ristorante trendy la pizzeria economica. La vita di un quartiere è data anche dalla contaminazione e dalle storie diverse di coloro che lo popolano.
«Per scongiurare disastri futuri, c’è bisogno dell’intervento del pubblico che governi gli insediamenti e mantenga anche quelli per le fasce di basso reddito. Questo serve a tutta la città», conclude Berdini. Vedremo se nella sensibilità del nuovo sindaco di Roma ci sarà anche una visione a 360 gradi della città, urbanistica e sociale. Magari con uno sguardo alla bellezza, che non fa mai male.

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