C’era una volta un tempo in cui i cartoni erano cose da bambini. In tv imperversavano i cartoni giapponesi, Bugs Bunny, Mickey Mouse e co. E al cinema, c’era la Disney che dominava incontrastata il mercato con i suoi principi e le sue principesse, tutti sfortunati ma sempre – rigorosamente – belli e perfetti. Poi sono arrivate la Pixar e la DreamWorks e nel giro di vent’anni tutto è cambiato: i cartoni sono diventati anche una cosa da grandi. Non sono pochi i titoli di animazione che di recente sono riusciti a conquistare un pubblico trasversale. Certo, i bambini rimangono gli spettatori più fedeli, ma a loro si aggiungono ventenni, trentenni e ovviamente genitori di ogni età. Basti pensare a quanti adulti sono usciti entusiasti dalla sala dopo aver visto Inside Out, il film della Pixar che raccontava le emozioni umane (e in primis l’importanza della tristezza). Donne e uomini entusiasti, forse anche più dei loro piccoli accompagnatori, come in un gioco a parti invertite dove è il figlio a portare al cinema il genitore e dargli un’ottima scusa per godersi lo spettacolo. Perciò, in attesa del 17 marzo, quando sarà in sala Kung Fu Panda 3, terzo capitolo della fortunata saga realizzata dalla DreamWorks, abbiamo pensato di precedervi. Siamo andati a vederne l’anteprima in una sala gremita di centinaia di ragazzini, e: abbiamo anche partecipato a una lezione di cinema con il co-regista del film, Alessandro Carloni. Un film divertente, a tratti esilarante, che sorprende per i tanti spunti di riflessione sull’Italia di oggi. Quella della politica aggressiva che strilla e quella dell’ossessione di essere forti e cool, ma anche quella che manifesta a favore o contro il matrimonio egalitario e quella dei cervelli in fuga.


Un film divertente, a tratti esilarante, che sorprende per i tanti spunti di riflessione sull’Italia di oggi. Quella della politica aggressiva che strilla e quella dell’ossessione di essere forti e cool, ma anche quella che manifesta a favore o contro il matrimonio egalitario e quella dei cervelli in fuga.


Lo stesso Alessandro Carloni, 37enne bolognese, si può definire “un cervello in fuga”. Emigrato all’estero da giovanissimo, oggi vive in California dove lavora alla DreamWorks. Alessandro è uno dei volti della “Rivoluzione cartoon” che ha conquistato gli Stati Uniti e il mondo intero con titoli come Dragon Trainer, La Gang del Bosco e soprattutto Kung Fu Panda. A chi gli chiede come sia stato andarsene dall’Italia, Alessandro risponde: «Tutto quello che so l’ho imparato all’estero, ma credo di aver portato con me una certa sensibilità che si nota sopratutto nelle scene più minute, come quando sullo schermo si confrontano due personaggi e la dimensione si fa più intima e relazionale». Dagli Stati Uniti all’Italia Alessandro Carloni vorrebbe importare soprattutto un diverso modo di lavorare, «più collaborativo e meno individualista». Un’indole che ha delle ragioni “tecniche”: «A un film come questo collaborano in genere circa 700 persone. Se non sai lavorare con gli altri, è la fine, non esce nulla di buono. Il talento non basta».

alessandro carloni kung fu panda 3

Alessandro Carloni durante la sua lezione di cinema

Nella trama di Kung Fu Panda 3, per sconfiggere il nemico forte, brutto e cattivo c’è solo un modo: unirsi, cambiare insieme per cambiare in meglio. Quella di Po, il protagonista del film, e dei suoi compagni di avventure è quindi soprattutto un’evoluzione condivisa. «È un messaggio positivo – spiega il regista e animatore bolognese – ci dice che non siamo soli, che sono i nostri amici e la nostra famiglia a prendersi cura di noi e a darci forza. Soprattutto ad aiutarci a rispondere a una domanda che tutti ci facciamo in molti momenti cruciali della nostra vita: chi sono, sono bravo abbastanza?». Nell’ultimo capitolo della saga di questo Bildungsroman per immagini, Po, che si è sentito tutta la vita un pesce fuor d’acqua – l’unico panda a vivere in un villaggio abitato da oche, maiali, cani, e conigli – incontra finalmente i suoi simili, ma presto capisce che, anche se si è tutti uguali, ognuno è caratterizzato da una propria unicità. «Non puoi diventare qualcun altro: devi realizzarti al tuo meglio secondo le tue inclinazioni. La formula magica per riuscire è “essere se stessi” è essere uniti, capaci di collaborare con gli altri», racconta Alessandro Carloni ai ragazzi che in sala hanno appena assistito alla proiezione del film. L’epica dell’eroe gentile sembra convincere i più piccoli. Molto meglio un appassionato pasticcione come Po, che un bulletto forte e sempre vincente, ma incapace di generare empatia con il pubblico. E Alessandro di empatia ne sprigiona eccome, mentre mostra i bozzetti del lungometraggio: interpreta i vari personaggi, scorre le slide, le accompagna con dei “boom”, “sbam”, “uao”, “oohh” e vocine varie, gioca, diverte e si diverte. È capace di trascinarti, capo e piedi, nel suo mondo immaginario come solo un bravo storyteller sa fare.

Una scena in cui Po incontra il suo padre biologico. Al centro del film d’animazione anche il tema della famiglia, molto diversa da quella tradizionale che in genere viene rappresentata nei cartoni

«Gli ingredienti fondamentali per delle buone storie sono i personaggi, perché sono i personaggi a far muovere l’azione. E invece spesso si tende a riproporre sempre lo stesso stereotipo narrativo e il protagonista finisce per essere essenzialmente uno stronzo che dopo una serie di peripezie impara a non essere arrogante», spiega Carloni, sprovvisto di quello sciocco pudore che avrebbe frenato l’uso di una parolaccia. «Insomma lo stronzo innesca una storia semplice da realizzare, scontata e, soprattutto, poco empatica. Nessuno vuole immedesimarsi in lui e l’effetto comico deriva per lo più dal cinismo e dalla rigidità del protagonista. Ma perché deve funzionare sempre così?». […]

 

Questo articolo continua sul n. 11 di Left in edicola dal 12 marzo

 

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