Salah Abdeslam, l’ottavo kamikaze del 13 novembre a Parigi, quello che si era tolto la cintura ed era scappato, lasciando tracce ovunque, si nascondeva vicino casa dei genitori a Molembeek,  a Bruxelles, a un paio di chilometri dal palazzo dove i potenti del Consiglio d’Europa discutevano di immigrazione e accordi con la Turchia.  La polizia belga parla di un uomo ferito, barricato in casa e poi catturato.

Che dire? Che la caccia senza quartiere al terrorista, alla primula rossa, strombazzata dai media, con titoloni e decine di servizi televisivi, alla fine deve essere stata piuttosto distratta, ben poca cosa. Un detective da romanzo, che so il commissario Maigret, o Hercule Poirot, che era pure belga, l’avrebbero cercato subito dove l’hanno trovato 4 mesi dopo.

Però consoliamoci. Anche i tagliagole vestiti di nero, sedicenti seguaci di un presunto califfo, escono ridimensionati da questa storia.  Buoni a fare le comparse in un film macabro e truculento, come quelli che diffondono per la loro propaganda, incapaci di punire quell’ometto che li aveva traditi, il martire che aveva rifiutato il martirio, l’intrepido castigatore del demone dell’occidente che se l’era data a gambe.  Eppure gli stava lì, sotto gli occhi, nel quartiere dove avevano ordito la carneficina del Bataclan.

Bene così. Discorso chiuso. Ora sappiamo che questa peste si può sconfiggere facendo bene quello che sappiamo, il nostro mestiere di cittadini liberi che resistono al panico, di poliziotti diligenti che indagano, senza invocare leggi d’eccezione nè guerre di religione.

 

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