Oggi tutti increduli. Ma davvero se ne stava a Molembeek dove era sempre vissuto, a due passi dalla casa della madre? E la porta del rifugio – non chiamiamolo “covo” per non cadere nel ridicolo – che era socchiusa. E lui che si fa prendere e l’avvocato, lesto: «Salah sta collaborando con le autorità belghe, ci opponiamo all’estradizione in Francia». Mentre questa soap opera intorno al martire-renitente, misteriosamente scomparso sotto gli occhi di tutte le polizie europee, e ancora più misteriosamente ritrovato come un pacco dono, si dipana a Bruxelles – e chissà cosa possano pensarne i genitori di Valeria Soresin, vittima italiana del Bataclan- a Istambul un kamikaze si fa esplodere su viale Istiklal, la via dello struscio e dello shopping.

Noi europei abbiamo appena dichiarato solennemente che la Turchia è un “paese terzo sicuro”. Dunque potremo mandargli mandargli, senza infrangere leggi universali, 72 mila uomini, donne, bambini fuggiti dalla guerra in Siria o in Iraq e già approdati in Grecia, cioè nell’Unione. Ankara riceverà in cambio la sua mercede: 40mila euro per profugo e,forse, visti d’ingresso nella UE per i suoi cittadini.

Però la Turchia non è un paese sicuro. È in guerra con una parte del suo popolo, i curdi, ed è sotto attacco del terrorismo islamico e del Daesh, che chiedono alle autorità turche di resistere alle pressioni statunitensi e di continuare a proteggerli e a commerciare con loro. Subito dopo il nuovo colpo al cuore di Istanbul, il governo ha cercato di accusare i curdi del PKK: la bomba era scoppiata vicino a una stazione di polizia, obiettivo militare non carneficina indistinta, dunque curdi non islamisti, era stato il ragionamento.

Invece pare che l’uomo-bomba si chiami Savas Yildiz, 33 anni, originario di Adana nel sud del Paese, militante turco dello Stato Islamico. Ma l’incidente la dice lunga sulla paranoia del governo e sulla minaccia di guerra civile che incombe. La real politik consiglia tuttavia di non sottilizzare: anche se non proprio ”sicuro” il paese turco lo è sempre più della Siria. Per il momento è vero ma fare doni a Erdogan può essere pericoloso, può infiammare ancora di più l’intero medio oriente, con il rischio che ci arrivino poi molti più profughi di quelli ai quali facciamo passare il Bosforo all’incontrario.

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