Rispondendo a una domanda sul riscaldamento climatico, Bernie Sanders ha detto che un uomo solo non può far tutto, nemmeno dalla Casa Bianca e che è «una rivoluzione politica». Con un editoriale, il New York Times ha consigliato ai giovani supporter di Sanders di puntare piuttosto su «una lenta evoluzione», poiché il loro candidato, in quanto “outsider”, non riuscirebbe – semmai fosse eletto – a trovare nel Congresso i consensi «per trasformare in legge i suoi ideali liberal per l’assistenza sanitaria, l’istruzione universitaria, la lotta alla povertà e il cambiamento climatico».

Noi “di sinistra” siamo abituati ad ascoltare lezioni di realismo. Tuttavia, con rispetto, vorrei chiedere ai realisti perché mai il cavallo non beva? Perché, nonostante la Bce stia comprando titoli del debito a un ritmo di 80 miliardi al mese e abbia portato sotto zero sia i tassi sui depositi per le banche sia quelli del denaro che presta alla banche, perché la domanda interna non cresca e il rischio deflazione resti intero? Sul Corriere del 14 marzo Roberto Sommella in un editoriale intitolato “Il Capitalismo della rete e il socialismo delle cose” si è chiesto se «dietro la deflazione non ci sia anche la sharing economy». La digitalizzazione di molti processi industriali e commerciali che sta cambiando il modo di consumare, che ci orienta verso beni comuni e servizi da condividere, anziché a scartare e sostituire beni di consumo durevoli.

Vorrei chiedere se le deludenti ricadute sull’occupazione e sulla crescita dei generosi incentivi che i governi di Valls e Renzi distribuiscono alle imprese, non rimandino a quella quarta rivoluzione industriale che ci sta investendo. Senza forti investimenti in ricerca e sviluppo, senza scelte coraggiose di politica industriale forse non usciremo dalla Grande recessione e finiremo con l’importare, magari dalla Cina, prodotti ad alta tecnologia, diventando tutti albergatori, ristoratori, guide turistiche e produttori agricoli a chilometro zero. E non è neppure il peggio che possa accaderci.
Davanti a una rivoluzione scientifica, industriale, ecologica e del modello dei consumi, davanti all’esplosione di guerre regionali covate a lungo dall’imperialismo e alle grandi migrazioni che ne derivano, i realisti rischiano di perdere la bussola. È già successo un secolo fa, quando le socialdemocrazie europee divennero patriottarde e finirono in guerra. Forse sta succedendo di nuovo con i socialisti che, minacciati dai populisti, si rintanano nei palazzi. Hollande impone un jobs act alla francese sperando nel soccorso del Medef, la loro Confindustria, Hillary Clinton abbraccia George W Bush, uniti contro il barbaro Trump.

Conseguenza di questo rintanarsi nel palazzo, del chiudersi nel professionismo della politica e nella logica d’apparato sono la semplificazione e lo svuotamento della democrazia. Lo vediamo in Italia con amministrative e primarie: poche idee, candidati modesti, calo della partecipazione. Mi chiedo se chi ha criticato Tsipras, per aver provocato e vinto tre voti in un anno, non senta intorno a sé il freddo che si respira a Roma e Napoli, non si vergogni del tentativo di far fallire il referendum contro le trivelle. Già Craxi invitò tutti ad andare al mare e non gli portò fortuna.

D’altra parte chiunque voglia sottrarsi a questa deriva non dovrebbe accontentarsi di uno spazio residuale tra renziani e grillini, nè cercare, come dice di voler fare Cofferati, «un federatore e un minimo comun denomitarore». Alla sinistra serve il multiplo di un dibattito pubblico, senza autocensure. Non nasce nulla di nuovo se non nel fuoco della passione.

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Questo editoriale lo trovi sul n. 12 di Left in edicola dal 19 marzo

 

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