Il 18 marzo più di un milione di persone hanno manifestato, nelle principali città del Brasile, contro l’impeachment e per dare solidarietà a Lula. La concentrazione maggiore si è registrata a San Paolo, dove 200mila persone hanno sfilato nella principale via della città. La società brasiliana appare nettamente divisa: la destra compie l’impresa e riunisce la classe media, specialmente i suoi strati più elevati, mentre la sinistra conserva i suoi militanti e può contare ancora su settori importanti della classe lavoratrice. Ne parliamo con Breno Altman, giornalista brasiliano e direttore di OperaMundi.

Breno

Breno Altman

Direttore, abbiamo visto piazza contro Lula e in piazza per Lula. Da che parte sta il Brasile?

Finora, nelle piazze vincono le forze conservatrici, anche se le sue fila sono meno organizzate e più dipendenti dai mass media, che fungono da vero e proprio partito di opposizione al governo petista. In particolare le Organizações Globo, uno dei maggiori monopoli di informazione del mondo. Il settore progressista, anche se minoritario nello scenario attuale, ha una maggiore capacità di mobilitazione permanente e lotta per attirare nella disputa politica i settori più poveri urbani e rurali, ovvero i principali beneficiari di quel processo di mutazione iniziato nel 2003. Di fatto, questo settore, con un reddito fino a cinque salari minimi (circa un migliaio di euro), è ancora il grande assente nel conflitto in corso, pur avendo votato per il Pt in tutte le ultime elezioni presidenziali a partire dal 2002.

Perché chi ha votato il partito di Lula e Dilma adesso non va in piazza a difenderli?

Questa assenza si spiega, almeno in parte, con la svolta liberale attuata da Dilma dopo la rielezione del 2014, con l’adozione di una politica economica che ha tagliato la spesa pubblica, limitato i diritti sociali ed elevato fortemente i tassi di interesse, spingendo il Paese verso la recessione e un aumento della disoccupazione. Senza un cambiamento di questa politica economica, difesa dal Pt e Lula, sarà molto difficile attirare a sé la maggioranza degli strati popolari per allinearli contro il colpo di Stato in corso.

Lula parla di attacco politico. Chi lo attacca? ci sono già politici candidati alle presidenziali 2018?

C’è una alleanza tripartitica che sta attaccando il petismo: l’opposizione di destra, i monopoli della comunicazione e frazioni dell’apparato repressivo dello Stato (incorporati nella Polizia giudiziaria, nel pubblico ministero e nella Polizia federale). In apparenza non esiste una direzione centrale del movimento antipetista, ma è chiaro che il cuore di questa escalation risiede nel ruolo svolto dalla stampa conservatrice, che da risalto tanto ai partiti dell’opposizione quanto a giudici, procuratori e agenti di polizia impegnati in presunte investigazioni in casi di corruzione che riguardano il governo o l’ex presidente Lula. Oltre al rovesciamento del governo, attraverso l’impeachment (la sinistra non raggiunge più di 120 membri su 513, se si votasse senza l’appoggio dei parlamentari centristi e del Pmdb e altri piccoli partiti) risulta evidente l’intenzione di criminalizzare Lula impedendogi di partecipare alle elezioni del 2018.

sergio-moro23

il pm Sergio Fernando Moro

Chi sono i giudici e i pm di cui parli?

Il giudice dell’Operazione Lava Jato, Sergio Fernando Moro, si ispira al magistrato italiano Antonio Di Pietro e ha con lui un’identità politico-ideologica somigliante: cattolico e di centro destra, nel corso delle indagini, adulato dalla stampa e dall’opinione pubblica conservatrice, è andato adottando sempre più un profilo antipetista. Attualmente è presentato come il grande eroe delle classi più reazionarie che manifestano nelle strade per rovesciare il governo di Dilma e criminalizzare il Pt. E, poco a poco, adotta misure che i suoi pari considerano abusi legali e costituzionali. Una di queste è stata la conduzione forzata dell’ex presidente Lula per la testimonianza senza che avesse prima ricevuto una qualche conovocazione per deporre volontariamente, come prevedono invece le norme giuridiche brasiliane. Un’altra è stata quella di divulgare le intercettazioni telefoniche dell’ex presidente, incluse le conversazioni con l’attuale capo di Stato, quando già era definita la nomina di Lula al ministero, cosa che da sola potrebbe bastare per finire sul tavolo della Corte Suprema. Moro rappresenta una corrente di “giustizializzazione” della politica molto attiva in Brasile, che in ultima istanza cerca di trasferire il comando dello Stato ai pubblici ministeri e al potere giudiziario, che iniziano a interferire, deliberare e legiferare su tutti gli aspetti della cosa pubblica.

Scandali e inchieste a parte, come vanno le cose in Brasile?

Il Brasile è in recessione dal terzo trimestre del 2014. Lo scorso anno, il Pil è diminuito del 3,8%. E altrettanto è previsto nel 2016. Anche il 2017 potrebbe essere un anno compromesso in questo senso. La disoccupazione ha raggiunto il 9% alla fine del 2015, con un aumento del 41% del numero di persone senza un’occupazione fissa. Anche il salario reale è stato ridotto, del 2%, dopo dieci anni di continua crescita.

Cosa è cambiato a tal punto da determinare un tale disastro?

Dietro questi numeri ci sono diverse ragioni. Una di queste è il rallentamento dell’economia mondiale, con l’abbassamento dei prezzi delle merci, fonte principale delle esportazioni brasiliane. Ma la più importante delle ragioni è stata l’insieme delle politiche, moderatamente adottate dal 2011 e radicalizzate a partire dal 2015, per ampliare il ruolo degli investimenti privati e combattere l’inflazione. Le misure più importanti in questo senso sono state l’aiumento dei tassi di interesse e la riduzione sia della spesa che dell’investimento pubblico, paralizzando l’economia e limitando il mercato interno, invece di aumentare la tassa progressiva sul consumo dei più ricchi e incoraggiare i consumi delle famiglie. Questa politica economica è imparentata con l’austerità europea, ma esacerbata dalla crescita brutale dei trasferimenti delle risorse di Stato alle grandi corporazioni. Una politica che confonde e restringe la base di appoggio del governo petista. Da questa fragilità trae origine la crisi politica che sta attanagliando il Brasile. Poiché ha permesso l’accelerazione dell’offensiva conservatrice, resa in grado di mobilitare la classe media e favorita dalla relativa neutralizzazione dei lavoratori.

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