Un primo effetto potrebbe esserci già stato: quando la Scozia ha cercato di introdurre per legge un prezzo minimo per le bevande alcoliche (0,63 euro per unità di alcol) in modo da scoraggiarne l’abuso ed evitare danni alla salute di migliaia di persone, sono insorte, come un sol uomo, non solo le industrie, ma anche la Commissione di Bruxelles e i governi di molti singoli Paesi dell’Unione che, ricorda un recente report della London school of economics, hanno trascinato in tribunale il governo di Edimburgo sostenendo che la norma ostacola il libero scambio in Europa. La causa è ancora in corso presso la Corte di Giustizia di Strasburgo.

Ma che questo e altri casi analoghi vi siano o meno legati, una cosa è certa: il Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), il trattato in corso di negoziazione dal 2103 per integrare i mercati di Stati Uniti e Unione europea, abbattendo i dazi doganali e le barriere non tariffarie, avrà conseguenze non desiderabili sulla salute pubblica.

Questo è, per lo meno, ciò che affermano in un articolo pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione due ricercatori italiani, Roberto De Vogli e Noemi Renzetti, che lavorano all’estero: il primo negli Stati Uniti, presso la Scuola di medicina della University of California di Davis, e la seconda in Gran Bretagna, presso il Dipartimento di epidemiologia e salute pubblica dello University College London della capitale inglese. Sono quattro, secondo De Vogli e Renzetti, le categorie di fattori di rischio o protezione per la salute su cui il Ttip potrebbe avere un significativo impatto: il consumo di tabacco e, appunto, di alcol; l’accesso ai farmaci e alla sanità; la dieta e l’agricoltura; la salute ambientale. A questi, sostengono De Vogli e Renzetti, va aggiunto un ulteriore rischio: quello per la democrazia.

Certo, quello denunciato dai due ricercatori italiani è un pericolo potenziale. Non è detto che ogni minaccia si realizzi. Tuttavia conviene prendere in esame la loro analisi, perché il Ttip avrà effetti su quasi un miliardo di persone che producono il 50 per cento della ricchezza mondiale. Il trattato di libero scambio tra i due mercati separati dall’Atlantico e da una serie di barriere, tariffarie e normative, è stato evocato per rilanciare l’economia dopo la grande crisi iniziata nel 2007. Secondo il Center for economic policy research di Washington la rimozione di quelle barriere regalerà all’Europa 120 miliardi di euro l’anno (lo 0,5 per cento del Prodotto interno lordo dell’Unione) e 95 miliardi di euro agli Stati Uniti (lo 0,4 per cento del Pil). Per la verità ci sono altri centri di ricerca, come il Global development and environment Institute della Tufts University di Medford (Massachusetts) che la pensano diversamente: il Ttip potrebbe determinare una diminuzione invece che una crescita del Pil. Ma non è l’impatto economico che De Vogli e Renzetti intendono analizzare, bensì quello sanitario (e democratico). E lo fanno tenendo in conto la storia di altri trattati di libero commercio, come il Nafta (il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico), e una vasta letteratura internazionale.

Prendiamo proprio il caso del Nafta, che a partire dalla data della sua entrata in vigore, il 1994, ha favorito, tra l’altro, la penetrazione in Messico di soft drink e fast food. Ebbene, tra il 1996 e il 2006 il consumo di bevande ad alto contenuto di zucchero in Messico è raddoppiato tra i giovani e triplicato tra le donne. Oggi il Paese più meridionale del Nord America è al secondo posto al mondo per consumo pro-capite di soft drink e tra i primi al mondo per prevalenza di diabete. Non è escluso che, con il Ttip, possa sbarcare in Europa carne di bovini o polli trattati con ormoni. In breve: secondo De Vogli e Renzetti le clausole Ttip in merito ai rischi associati alla dieta e ai prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento – inclusi quelli associati ad additivi, contaminanti, tossine, agenti patogeni, ormoni – recepiscono il liberismo americano e potrebbero avere serie ripercussioni sulla salute, in particolare degli Europei. D’altra parte non è un caso se negli Usa, secondo stime dei Centres for desease control and prevention (Cdc), 48 milioni di persone si ammalano e 3mila muoiono per malattie di origine alimentare, mentre in Europa, grazie a norme più restrittive, i malati segnalati sono meno di 49mila (mille volte meno che negli Usa) e i morti 30 (cento volte meno che negli Stati Uniti).

© Illustrazione Antonio Pronostico

 

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