L’attacco di Lahore, orribile e feroce com’è, e capitato in un giorno di festa di quelli in cui i media si accorgono con più facilità di quel che succede lontano da casa, ha riportato il Pakistan sulle prime pagine dei giornali. Il Paese, la cui situazione è ingarbugliata come in pochi altri, è forse, assieme all’Arabia Saudita e a qualche altro emirato della penisola araba, uno dei luoghi dai quali arriva la grande ondata di terrore islamista che da più di un decennio attraversa il pianeta tutto (Indonesia, l’India, l’Europa, diversi Paesi africani, gli Stati Uniti). Certo, alle origini ci sono l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la non geniale risposta americana e poi le guerre post-2001, la Cecenia e molte altre cose ancora. Ma il Pakistan e i suoi servizi segreti, restano per certo una base fondamentale. Persino, dicono alcuni, nella crescita dell’Isis.
Mettiamo qualche elemento in fila, ricordando che legami, alleanze, lavoro comune, in casi come questo non sono dati una volta per sempre. E che l’attacco di ieri è stato rivendicato da Jamaat-ul-Ahrar, frangia riottosa e tra le più estreme dei talebani pakistani, un movimento particolarmente unito. Jamaat-ul-Ahrar per un periodo ha anche dichiarato la propria fedeltà al Califfato, per poi ritirarla. Spesso i giochi in casa determinano la creazione o la rottura di alleanze internazionali.

All’inizio del 2016, Carlotta Gal, ex corrispondente del New York Times da Kabul ora in Nord Africa, scriveva che a inizio 2014, prima che il governo pakistano avviasse delle operazioni militari nelle regioni tribali e autonome del Waziristan (dove il governo centrale non governa), centinaia di combattenti stranieri hanno lasciato la zona e sono giunti in Qatar, dove gli sono stati forniti nuovi passaporti e un passaggio per la Turchia, da dove sarebbero entrati in Siria per unirsi alla guerra contro Assad. Altri avrebbero attraversato l’Iran e l’Iraq. «Se queste informazioni sono corrette, il Pakistan e il Qatar hanno giocato un ruolo nello spostamento di persone da un’area di guerra dove non servivano più ad un’altra». In questo caso staremmo parlando della guerra vera e dura che si sta combattendo in Siria e altrove: quella di certo islam sunnita contro gli sciiti (e viceversa, come è successo in Iraq per diversi anni dopo l’invasione americana).

Come la bomba di Lahore ci mostra, e come è già capitato in molte occasioni, quando i servizi segreti giocano con il terrorismo – quelli pakistani usano alcuni gruppi anche nel loro braccio di ferro con l’India in Kashmir e Punjab – le conseguenze si pagano anche in casa. Gal ci ricorda che al momento, nel Paese, circolano liberamente i leader di diversi gruppi: Sirajuddin Haqqani, che ha preso il posto del padre Jalaluddin morto nel 2014, e guida il più grosso network militare legato ai talebani e che in questi anni ha dato parecchio filo da torcere agli americani e prima ai sovietici, e che in questo momento è il vice capo dei talebani; il capo di al Qaeda, l’egiziano 64enne Ayman al-Zawahri, probabilmente in Belucistan e il capo talebano Akhtar Muhammad Mansour, che si riunisce con i suoi a Qetta.

Ma torniamo alla presenza dell’ISIS. A fine 2015 sia i talebani afghani che quelli pakistani hanno emesso comunicati in cui si spiegava che Abu bakr al Baghdadi non è il Califfo perché non governa su tutto il territorio dove vivono musulmani. Nel frattempo però, qualche comandante di basso rango aveva invece dichiarato fedeltà al Califfato siriano-iracheno. E siccome all’interno del gruppo si è verificata una spaccatura tra clan, c’è la possibilità che l’Isis abbia avuto una qualche forza di attrazione.

Il Pakistan ha sempre negato con forza che l’Isis avesse basi o collegamenti nel Paese. Non è così. Nel settembre 2015 la polizia ha arrestato a Lahore Mehar Hamid un funzionario del governo e ha scoperto che questi aveva raccolto e passato informazioni per Daesh. Le indagini hanno scoperto una rete di funzionari che faceva lo stesso lavoro. Altre informazioni relative ai collegamenti tra gruppi locali e Isis sono legami finanziari tra quest’ultimo e Lashkar-e-Taiba, islamisti per l’annessione del Kashmir indiano al Pakistan e forza terroristica ma anche politica molto importante nel Paese. Poi ci sono i reclutatori di combattenti e di donne: otto persone sono state arrestate in Punjab perché avevano organizzato la loro partenza per la Siria ed erano in contatto telefonico con comandanti dell’Isis, mentre si parla di decine di donne sparite dalle loro case con i figli, probabilmente partite per il Califfato.

La brutalità dell’attacco di Lahore non è probabilmente frutto dell’imitazione della ferocia dell’Isis. Jamaat-ul-Ahrar e il suo leader Omar Khalid è particolarmente noto per l’uso di metodi alla al Baghdadi: spesso le gesta più orribili del suo gruppo vengono postate in video online e l’uso dei social media somiglia a quello di al Baghdadi e del suo dipartimento della comunicazione.

In sintesi: se talebani e talebani pakistani non sono direttamente collegati all’Isis e la strage di cristiani a Lahore non è da ricollegarsi a un’offensiva del califfato nel Paese, i legami tra quella che rimane una delle centrali decisive del terrorismo islamico militante e il Califfato sono più forti che in passato. E la voglia di esserci e farsi vedere da parte di gruppi come Jamaat-ul-Ahrar potrebbe essere la volontà di imitazione o di partecipare, a modo proprio e con obbiettivi locali, a una guerra su più larga scala.

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