Eppure dovrebbe essere così facile pensare che un popolo che uccide i suoi bambini sia un popolo già morto. E ci sarebbe anche da chiedersi se davvero non coli un po’ di vergogna a chi si dice pronto a morire e ammazzare pur di meritarsi un posto in qualche promesso paradiso. Perché la strage di Lahore, quei sessanta morti sparsi in giro a fette dalla forza delle bombe e gli altri trecento con qualche striscia di sangue addosso, se avesse avuto colori, capelli e nomi più europei sarebbero stati l’ennesima altra volta l’11 settembre e invece in mezzo a quelle mani così troppo scure e quella lingua di troppe consonanti la tragedia finirà nel cassetto della memoria dove pinziamo le fotonotizie dell’estero esotico.

In fondo una carneficina a Pasqua è un modo per grigliare anche Dio, se possibile, e così metterci dentro tutto l’odio possibile, tutto l’odio che ci sta nello spazio tra la festa, il santo e i bambini in un parco giochi. Roba da perdere di colpo le coordinate del vivere civile, le istruzioni dello stare insieme, i freni del diritto e la forza di restare in equilibrio.

Ma per un terrorista che si sente in guerra per conto di chissà quale suo dio non ci sono ammazzamenti peggiori o infamie e lodi: il terrorismo è per nascita cieco perché ha bisogno del buio per giustificarsi davanti a se stesso e mentre noi misuriamo i lati del terrore in realtà loro, i vigliacchi in polvere da sparo, hanno ancora di più la soddisfazione di scoprirci capaci ogni volta di un lutto più appuntito.

I morti di Lahore hanno lo stesso sangue di tutti i morti del mondo. Dei morti che nemmeno vengono scritti qui da noi e anche degli stessi che ci fanno scendere in piazza. Distinguerne il peso, la qualità e il costo in base ai luoghi è il primo magnifico regalo che possiamo fare ai professionisti del terrore: appena cadiamo nell’errore di vivere pietà differenti siamo già pronti per essere ammaestrati agli schieramenti, al fronte e alla guerra. Tenere la barra dritta. Almeno questo. Ognuno.

Buon lunedì.

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