Il 5 aprile gli investigatori egiziani che indagano sulla morte di Giulio Regeni incontreranno i loro omologhi italiani e sarà, in un modo o nell’altro, un momento di verità. Sono molto chiari su questo, i genitori di Giulio– e con loro l’avvocato Alessandra Ballerini, il senatore Luigi Manconi e il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury.
«Se il 5 aprile sarà una giornata vuota confidiamo in una risposta forte del nostro governo. È dal 25 gennaio, da quando Giulio è scomparso, che attendiamo una risposta» dice Paola Regeni

La conferenza stampa della famiglia del ragazzo ucciso in Egitto è forte, chiara e rivolta soprattutto al governo italiano – e indirettamente a quello egiziano. Ma si apre con il racconto di Paola Regeni, del riconoscimento di suo figlio, sfigurato a tal punto da essere riconoscibile solo dalla puna del naso e «piccolo, piccolo». Le foto di loro figlio così ridotto dai suoi assassini e torturatori, i genitori non la vogliono mostrare, lo faranno, diranno più tardi, solo nel caso fosse davvero necessario per ottenere quelle risposte che Il Cairo non ha dato e cerca di non dare – e che l’Italia ha cominciato a chiedere solo dopo che la pressione è montata e l’attenzione dei media cresciuta.

L’intento della conferenza stampa lo sintetizza Luigi Manconi: «È il mio pensiero, ma l’ho condiviso con la famiglia Regeni – spiega il senatore – È evidente come all’interno del sistema di potere del regime egiziano sia in corso un conflitto e che anche intorno alla vicenda di Giulio ci sono posizioni e volontà diverse. A prevalere, fino a oggi, non è stato un orientamento che facesse prevalere la conquista della verità». Se dovesse continuare a essere così, la famiglia Regeni – e il senatore e Amnesty – chiedono che vengano fatti dei passi formali. Sebbene la fiducia negli investigatori e nei confronti del procuratore Pignatone sia «assoluta», è necessario che sia la Farnesina a muoversi con maggiore risolutezza. «Si deve porre con urgenza la questione del richiamo dell’ambasciatore per consultazioni, è una formula che rappresenta un gesto simbolico intenso per far capire che il nostro Paese segue con la massima serietà questo caso, considerandolo elemento discriminante per le relazioni in corso e future con l’Egitto. Occorre anche rivedere le relazioni diplomatico-consolari sapendo anche che alcuni atti concreti sono ineludibili. Ad esempio dichiarare l’Egitto “Paese non sicuro” da parte dell’unità di crisi della Farnesina».

Del resto, il caso del dottorando italiano è clamoroso, ma le persone egiziane che se la vedono brutta, muoiono o scompaiono sono molte di più. Persino il caso delle persone uccise e poi incolpate di aver rapito Giulio non è esattamente un emblema del rispetto dei diritti umani. «Le relazioni non devono essere interrotte, ma sottoposte a revisione attenta perché tra due Stati, la tutela dei diritti della persona non è un accessorio secondario, ma elemento fondativo del sistema di rapporti» conclude Manconi. L’importanza della pressione sull’Egitto viene sottolineata anche da Riccardo Noury di Amnesty, che spiega: «Anche dal Cairo ci dicono – ci fanno sapere – che è importante. Fare luce su questo caso è anche fare qualcosa per i diritti umani in Egitto. “Fatelo per noi” ci dicono».

Cosa ci si aspetta dall’incontro del 5 aprile? «Intanto vogliamo vedere se quell’incontro ci sarà. Un appuntamento simile era previsto prima del depistaggio fatto dopo l’uccisione dei cinque malviventi la scorsa settimana – spiega l’avvocato Ballardini – Gli egiziani dovrebbero portare i tabulati telefonici, eventuali video nei pressi della metro e nel luogo di ritrovamento del corpo, i verbali (che ad oggi non sono sufficienti) e molte altre cose: ad oggi non sappiamo nemmeno che vestiti indossasse Giulio al momento del suo ritrovamento». A proposito dei presunti rapitori-estorsori: chi terrebbe dieci giorni un sequestrato senza chiedere un riscatto? A volte succede che, in rapimenti come quello descritto dalle autorità egiziane, il rapito venga costretto a ritirare soldi a più riprese per darli ai malviventi. Bene, «Sul conto di Giulio c’erano 850 euro e dopo il 25 gennaio non ci sono movimenti registrati».

Tra le richieste – banali, scontate, ovvie – quella di tornare in possesso dei beni personali di Giulio mostrati alla stampa dopo l’uccisione della banda criminale su cui le autorità egiziane hanno tentato di far ricadere la responsabilità della morte del giovane italiano. «Molte delle cose su quel vassoio non sono di Giulio – spiega l’avvocato – ma oggi abbiamo avuto la notizia che sarebbero anche di altri sequestrati dalla banda stessa». Man mano che la versione egiziana viene smontata, la versione cambia, insomma. Prima di chiedere passi formali alle autorità italiane, «vogliamo notizie vere. Non abbiamo molti elementi, non sappiamo nemmeno che vestiti avesse addosso quando è stato ritrovato. E anche in relazione al depistaggio vorremmo sapere di più, vorremmo riavere gli effetti personali di Giulio e vogliamo osservare l’atteggiamento degli investigatori egiziani. Staremo a vedere se non ci saranno nuovi depistaggi prima di quella data». Se il 5 non ci saranno risposte concrete e credibili e un atteggiamento serio da parte egiziana, l’onere dell’azione sarà nelle mani del governo italiano.

Che reazione hanno avuto i coniugi Regeni di fronte al depistaggio? A rispondere è ancora Paola Regeni: «Ero in macchina che tornavo a casa quando è arrivata la notizia della morte di cinque persone al Cairo. Sono rientrata a casa e la prima cosa che ho detto a mio marito è “vedrai che ci diranno che sono stati loro”». È andata proprio così.

In this photo released by the Egyptian Ministry of Interior on Thursday, Mar. 24, 2016, personal belongings of slain Italian graduate student Giulio Regeni, including his passport, are displayed. Egypt's Interior Ministry said Thursday it has killed members of a gang suspected of being linked to the killing Regini student whose torture and death sparked an international outcry over possible involvement of Egyptian police in his brutal killing. The ministry said that police raided one of the men's houses and found the personal belongings of Regeni, including his red handbag bearing the picture of the Italian flag, his passport and other identification cards, including one belonging to Cambridge University, in addition to his cellphones. (Egyptian Interior Ministry via AP)

I genitori di Giulio devono rispondere anche a qualche domanda che non aggiunge elementi di verità alla vicenda e che davvero ha poco senso, perché segue alcune delle tracce date in un primo momento dalle autorità egiziane. Come fate a dire con certezza che vostro figlio non era una spia? Ora, a parte che pensare che gli egiziani facciano fuori una spia italiana dopo averla torturata è un po’ difficile da credere – tra Roma e Il Cairo le relazioni sono ottime, come ha mostrato la recente visita di Matteo Renzi, che in passato ha definito il generale al Sisi «un grande leader». Roma è il primo partner commerciale dell’Egitto e il ruolo de Il Cairo in Libia – e altrove – sono vitali per la politica estera italiana e dei suoi idrocarburi. E poi «Con nostro figlio parlavamo di tutto, a fondo e a lungo. Difficile che non trasparisse qualcosa di eventuali sue attività» spiega il padre. E la madre aggiunge: «Tra noi è nostro figlio c’era una relazione a distanza viscerale, forte, e per questo siamo in grado di dire e sentire che siamo sicuri di quel che diciamo». «Abbiamo visto gli appunti e letto le chat di Giulio, non ci sono elementi che rimandino ad attività di questo tipo» ci tiene ad aggiungere l’avvocato».

E no, Giulio non aveva paura di tornare in Egitto, non era preoccupato: «Giulio era contento e sereno prima di tornare in Egitto e guardava al 23 marzo, quando sarebbe rientrato definitivamente, come alla fine di un’esperienza, la conclusione della raccolta di informazioni per la sua ricerca». L’avvocato spiega anche perché, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa non si sia fatto troppo rumore: «Per i cittadini italiani fermati c’è una procedura informale – avviata da subito anche per Giulio – si cerca nei commissari e negli ospedali e poi, eventualmente, si aspetta la convalida dell’arresto, la formalizzazione. Nel caso di specie questo non è avvenuto e mentre passavano i giorni ci si rendeva conto che eravamo in presenza di qualcosa di diverso».
«Nessuno ha tentato di dissuaderci, perché hanno capito che, anche se non abbiamo strepitato molto, che non ci saremmo fermati. Userei la parola “carrarmato” per definirmi, ma preferisco non usarla. Oggi quasi non piango, sono bloccata e forse mi sbloccherò quando capirò quel che è successo a mio figlio. Io mi immagino quando avrà cercato di far capire chi era, magari parlando in arabo, in inglese, in italiano, in friulano. E poi mi vedo i suoi occhi che si dicono «Ma cosa mi sta succedendo? È possibile che capiti a me?Infine immagino cosa avrà pensato quando ha capito che una porta non si sarebbe più aperta. Mio figlio aveva le chiavi per capire cosa stava succedendo. Questa è la cosa che mi tormenta».

Antigone, Amnesty e la Coalizione Italiana per i Diritti organizza una partita di calcio a cui prenderà parte l’Atletico Diritti, la squadra di rifugiati di Antigone che milita in Terza divisione. Le organizzazioni invitano le tifoserie e le società professionistiche sportive a portare in campo e sugli spalti lo striscione che chiede “Verità per Giulio Regeni”.

Paola Regeni (s) in occasione di una conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

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