La Copenhagen degli anni 70. Un quartiere borghese e una casa da sogno ereditata, ma troppo grande perché Erik e Anna possano permettersi di vivere lì. Complice la mezza età dei protagonisti e la voglia di rompere la noia della coppia e della famiglia tradizionale i due decidono di condividere le spese con altre persone e trasformare la loro abitazione in una comune. Questa è la trama da cui prende le mosse La comune l’ultimo film del regista danese Thomas Vinterberg distribuito da Bim nei cinema italiani a partire dal 31 marzo.

La pellicola ha molto di autobiografico: «Dall’età di 7 anni fino a 19 – racconta Vinterberg – ho vissuto in una comune. È stato un periodo folle e fantastico, pieno di calore, corpi nudi, birra, discussioni intellettuali, amore e tragedie personali. Da bambino mi sembrava di vivere ogni giorno come in una fiaba. Mi bastava compiere il semplice tragitto che mi portava dall’intimità della mia camera da letto fino alle aree comuni, per godere di una varietà straordinaria di scenari offerti dalle mille eccentricità degli altri residenti».

Questa stessa atmosfera è quella che infatti ritroviamo nel film, in cui il “palcoscenico” corrisponde per lo più proprio con l’ ambiente e la dimensione della casa ereditata da Erik. È qui che, in una singolare metonimia della società, si incontrano e si intrecciano i destini e le vicende dei personaggi. Ognuno dei quali, a suo modo è un idealista e sognatore che finisce a dover fare i conti con la realtà. Con l’impossibilità di razionalizzare qualsiasi dolore e qualsiasi sentimento, con la morte che irrompe all’improvviso e a gamba tesa a travolgere la vita, con l’amore che dimentica il desiderio e si trasforma in voler bene senza più bastare, con il tradimento, con la pubertà della giovinezza che sboccia e la vecchiaia nella quale ci si sente sfiorire.

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Questi sono solo alcuni dei temi attorno ai quali la pellicola dipinge un ritratto dolce amaro dell’utopia del vivere insieme. Un’utopia costruita su delle regole che, anche se stabilite a tavolino nel modo più democratico possibile, non bastano a contenere l’imprevedibilità delle esistenze dei protagonisti, rivelandosi sempre in qualche modo spietate.

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Il film è stato presentato alla 66esima edizione del Festival di Berlino, dove Trine Dyrholm (Anna) si è confermata una delle interpreti più talentuose della sua generazione vincendo l’Orso d’Argento come miglior attrice.

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