Per otto mesi tutti, a partire da Donald Trump, hanno giurato che chiunque si sarebbe presentato con più delegati alla convention repubblicana di Cleveland, lui lo avrebbe lealmente sostenuto. Stessa cosa avevano fatto tutti gli allora 16 candidati alle primarie. Non è più così, durante un’intervista con Anderson Cooper della Cnn, il miliardario destinato a vincere le primarie (ma probabilmente non con il 50% dei delegati) ha spiegato che non è più certo di mantenere quella promessa. Nella stessa intervista Trump ha anche difeso lo scambio di insulti via Twitter sulle rispettive mogli con Ted Cruz sostenendo che «non ho cominciato io, ha cominciato lui» . Anderson Cooper, nel video qui sotto, gli risponde: «Ha cominciato lui è un argomento da bambino di 5 anni». Trump aveva postato una foto della moglie di Cruz dicendo «vorreste una così come first lady?».
Cooper non ha tutti i torti, ma evidentemente c’è un pezzo di America che ammira i ragionamenti semplici e le maniere forti: il manager della campagna di Trump è indagato per aver strattonato una giornalista e il video – e la sua esegesi fotogramma per fotogramma, in fondo all’articolo una Gif – è su tutte le prima pagine dei siti d’America. Una risposta simile a quella di Trump la hanno data Ted Cruz e John Kasich, aggirando un po’ la domanda e senza nominare il miliardario. Nel partito repubblicano, dentro e fuori di esso, è insomma in corso una guerra totale termonucleare che potrebbe arrivare alla convention. Che a sua volta sarebbe uno spettacolo entusiasmante dal punto di vista dello show, ma un po’ meno per il destino del partito che fu di Reagan.


Trump sente, a ragione, di essere stato trattato in maniera poco equa: Romney, Bush, Scott Walker e molti altri stanno facendo carte false per cercare di spingere la gente a votare Ted Cruz, nonostante anche il senatore del Texas sia indigesto alla parte moderata del partito. Il problema, sembra id capire, è quello della sopravvivenza del partito repubblicano: un candidato perdente ma proveniente dalle fila del partito è meglio di qualcuno controverso come Trump, che non si sa bene cosa pensi e dove vada.
Il succo di questa vicenda è che un partito che ha nutrito gli elettori con bassa retorica, allarmi infondati e paure (di Obama, della riforma sanitaria, dell’immigrazione, dei musulmani e del terrorismo) oggi si trova a fare i conti con la sua base arrabbiata, che giudica la testa del partito incapace di ottenere nulla o fermare Obama, nonostante la maggioranza in Congresso, e che sceglie di votare i due outsider. Prima Trump e poi l’estremo Cruz, trattato da tutti come un paria in Senato, scansato dai suoi colleghi repubblicani e oggi ultima carta da giocare.
Non la pensa così Marco Rubio, che nella lettera che vedete qui sotto annuncia di non voler rinunciare ai delegati ottenuti mentre la sua campagna per le primarie era in corso. Obbiettivo? Non si sa mai: se la convention davvero fosse completamente aperta, il buon Marco potrebbe provare a rientrare dalal finestra come la figura che tiene assieme conservatori e moderati. Sarebbe divertente.

Chi invece spera in una vittoria di Trump è la attrice Susan Sarandon, pasionaria di sinistra e sostenitrice di Bernie Sanders. In un’intervista Tv, Sarandon è arrivata a dire che se Bernie non sarà il nominato democratico, forse è meglio che vinca il miliardario. È la vecchia teoria del tanto peggio tanto meglio: se Trump venisse eletto ci sarebbe la rivoluzione proletaria, sembra sostenere Sarandon. Un po’ una sciocchezza. La differenza tra Sarandon e i repubblicani è che lei può dire quel che vuole: fa un po’ di rumore in rete, ma non è candidata alla poltrona più importante del pianeta.

Lewandosky è il manager della campagna Trump, Fields la giornalista bloccata e strattonata

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