Il referendum sulle trivelle in mare del 17 aprile ha molto da raccontare sulla crisi democratica che travolge il nostro paese.
In linea generale, come è noto, in Italia gli istituti di democrazia diretta sono soltanto due. Il primo è l’iniziativa legislativa popolare, più volte utilizzata dalla società civile nella storia repubblicana ma sistematicamente disconosciuta dagli organi legislativi ed esecutivi, al punto che nessun disegno di legge così proposto è mai arrivato neppure alla discussione in aula.
Il secondo è il referendum abrogativo, per il quale è previsto dalla Costituzione un quorum di validità. Tale quorum, anziché essere declinato in uno sforzo bipartisan per la riuscita delle consultazioni focalizzando la competizione sul confronto nel merito, si è tradotto nei decenni in una odiosa prassi consolidata: quella per cui i sostenitori di turno del No fanno sistematicamente campagna per l’astensione con l’obiettivo di boicottare la partecipazione e quindi lo strumento stesso.
L’ultima di una lunga serie di pronunciamenti in tal senso arriva da quello stesso PD che nel 2011 si stracciava le vesti tacciando di anti democraticità la propaganda astensionista dell’allora governo Berlusconi. Una giravolta di 180 gradi in un solo lustro, a conferma che la nomenclatura del partito che si definisce “democratico” è di fatto priva di significante.
Per sottolineare la stridente contraddizione tra slogan e pratiche del partito di governo, durante la Segreteria Nazionale PD tenutasi lunedì scorso 4 aprile, le oltre 200 associazioni che integrano il Comitato Nazionale Vota Sì per Fermare le Trivelle hanno recapitato al segretario del PD Renzi una lettera che invita caldamente a ritrattare la posizione a favore dell’astensione – osteggiata peraltro da diverse nelle anime che si muovono nel PD – e ad accettare un confronto pubblico che verta per una volta sul merito del quesito referendario.
La stessa genesi della consultazione alle porte segna il passo di un progressivo e discutibile processo di accentramento di poteri in capo ai ministeri, a scapito degli enti locali e dunque delle comunità che subiscono sulla propria pelle gli impatti di progetti estrattivi, produttivi, di smaltimento.
Non è un caso che – spinte dall’azione infaticabile di centinaia di comitati e realtà sociali attive lungo tutto lo stivale – siano state 9 regioni italiane, di cui 7 governate dallo stesso PD, a proporre formalmente il referendum, in rotta di collisione con il governo a causa della continua erosione di poteri e facoltà in materia di valutazioni di impatto e di rilascio di concessioni. Tentativi a volte sventati, ma che segnano nel complesso una chiaro disegno ispirato ad un neo-centralismo molto pericoloso per la tenuta democratica del paese.
Nell’epoca della post-democrazia, restituire facoltà di parola e decisione ad enti di prossimità e cittadinanza è unico argine possibile a questa erosione degli spazi di partecipazione. Un solo esempio, legato all’attualità: l’ascolto delle reiterate denunce dei comitati della Val D’Agri, prese in carico per tempo dagli enti preposti, avrebbe squarciato molto prima dell’azione della magistratura il velo sulle pratiche illecite adesso contestate dall’ordinanza della Procura di Potenza.
Per queste ragioni – e per molte altre che attengono all’urgenza di costruire una visione alternativa del bel paese, basata non sulle fonti fossili ma sul patrimonio artistico-culturale, sulle vocazioni economiche territoriali e orientato a un orizzonte di decarbonizzazione dell’economia – andare a votare il 17 aprile vuol dire anche e prima di tutto difendere e rivendicare l’esercizio di una sovranità che, almeno finchè non proporranno di modificare anche l’articolo 1 della nostra bistrattata Costituzione, appartiene ancora al popolo e non agli apparati di potere.

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