La serie di successi del “perdente” Sanders è davvero impressionante: il senatore del Vermont ha vinto in 8 degli ultimi 9 stati in cui si è votato. Questo non riduce in modo significativo il vantaggio in delegati della Clinton ma forse ne sta minando l’immagine. Ormai lo sappiamo che l’ex frist lady ed ex segretario di stato (di Obama) non riesce a convincere né i giovani nè le minoranze più radicali, non ha seguito tra i democratici bianchi della classe media né fra gli ex operai. Molto probabilmente prevarrà nella corsa alla nomination, grazie al sostegno dell’apparato di partito, di quasi tutti i super delegati -che non vengono eletti- e delle borghesie nere e ispaniche, legate al ricordo degli anni d’oro in cui Bill governava dalla Casa Bianca e l’economia americana andava a gonfie vele, ma si presenterà l’8 novembre, allo scontro decisivo,  come un candidato azzoppato, con un sostegno più che timido di quello che dovrebbe essere il suo campo.

In verità credo che troppi fra coloro che scrivono di politica, di quella italiana come di quella internazionale, sottovalutino la crisi di credibilità che investe gli apparati di governo, i professionisti del governo, davanti a un capitalismo -della finanza e delle multinazionali- che lascia loro sempre minori margini di manovra e di azione autonoma.  La polemica che muove dal basso della società contro l’alto, cioè contro la casta, contro i decisori che lucrano vantaggi ma non sanno compiere scelte coraggiose, non si può più, ohimé, liquidare con la comoda etichetta del “populismo”.

Mi permetto di segnalarvi questo scambio di accuse. Sanders contro Clinton. «Quando leggo sul Washington Post che Clinton mette in dubbio i numeri di Sanders per la presidenza, la mia risposta è questa. Mi permetta, signora segretario di stato, di suggerirle che il popolo americano potrebbe mettere in dubbio i suoi titoli. Non credo infatti che lei sia così qualificata se prende 15 milioni di dollari da Wall Street. Non penso che sia così qualificante aver votato per la disastrosa guerra in Iraq». Clinton contro Sanders: «I presidenti che vincono sono quelli che sanno cosa vogliono fare e come lo possono fare. Certe sue idee (di Sanders) non funzionano perchè i conti non tornano. Il mio sfidante non ha nessun piano». Un realismo ostentato, che affonda le radici in una più che ventennale frequentazione del potere, contro la denuncia di Wall Street e della guerra di Bush.

Si può scegliere l’attitudine della signora Clintom, sperando così di vincere. Così come, in Italia, parecchi liquidano ogni ciritica a Renzi dicendo che favorirebbe i 5 stelle, ma non si può, per questa via, convincere un giovane in cerca di lavoro, un povero o un escluso, una famiglia della classe media costretta a stringere la cinghia mentre vede chi sta in alto sempre più smodatamente ricco.

 Bergoglio ha invitato a Roma Bernie Sanders, non certo perchè è un papa marxista, come vorrebbero i suoi detrattori di destra. Resta un gesuita e cerca di salvare la sua chiesa da un declino che sembrava inarrestabile. Ma mentr le parole di Sanders lo interessano, quelle dalla Clinton probabilmente lo annoiano. Perchè gli ricordano quelle di altri segretari di stato, in Vaticano.

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