Ma chi è questo premier? Che a un referendum, quello sulle trivelle, dice che non si deve votare – e si prende perciò la reprimenda del presidente della Consulta – mentre su un altro – quello costituzionale – annuncia che se non lo vincerà smetterà di far politica. Chi è questo premier che si è rifiutato di discutere – quando sarebbe servito discutere – del suo progetto di riforma, affidandone la scrittura a trattative riservate – fra “decisori” come Finocchiaro e Boschi, forse con lobbisti ad assistere – imponendo in aula emendamenti canguro, che cancellavano tutti gli altri, e invece vorrebbe discutere, ora che emendare più non si può, alla camera dove la maggioranza è scontata grazie a un premio ottenuto da un altro che egli pur pretende di avere “spianato”, e grazie a una legge dichiarata, dalla Corte, incostituzionale? Le opposizioni lo hanno lasciato solo in aula. Non per sottrarsi al confronto – come egli dice – ma per ricordare come ormai si sappia cosa siano le sue riforme. Un uomo solo al comando. Meno controlli democratici e più trattative riservate con i gruppi d’interesse. Una democrazia semplificata che funziona addirittura meglio se la maggioranza degli elettori non va a votare.

Con educazione, forse con dispiacere, i commentatori gli voltano le spalle. Ezio Mauro sulle trivelle: “l’astensionismo invocato rischia da domani di diventare la malattia senile di democrazie esauste appagate dalla loro vacuità”. Federico Geremicca sulla Stampa: il tempo passa, le cose cambiano e non è quasi mai vero che il potere logora chi non ce l’ha. Anche il potere logora: soprattutto se accentrato e gestito in maniera spiccia, diciamo alla fiorentina”. Michele Ainis entra, per i lettori del Corriere, nel merito della riforma costituzionale: “La Costituzione: 47 articoli cambiati da un Parlamento espresso con una legge elettorale (il Porcellum) annullata poi dalla Consulta”. “Il potere: la riforma lo concentra, lo riunifica, una sola camera politica, un Governo più stabile e più forte e uno Stato solitario al centro della scena”. L’efficienza: una maggior concentrazione del potere dovrebbe assicurarla, però non è detto, dipende dalle complicazioni della semplificazione. 22 categorie di leggi bicamerali. Insomma, dalla teoria alla prassi il principio efficientista rischia di rivelarsi inefficiente”. “Le garanzie: con un’unica Camera dominata da un unico partito (per effetto dell’Italicum), addio ai governi del presidente, quali furono gli esecutivi Dini, Monti, Letta. Ma addio anche al potere di sciogliere anzitempo il Parlamento: di fatto, sarà il leader politico a decretare vita e morte della legislatura. E addio alla garanzia del bicameralismo paritario, che a suo tempo bloccò varie leggi ad personam cucinate da Berlusconi”. “Partecipazione: aumenta la fatica di raccogliere le firme: da 50 a 150 mila per l’iniziativa legislativa popolare; da 500 a 800 mila per il referendum abrogativo, in cambio dell’abbassamento del quorum”. Insomma, votate meno, votate in pochi!

Il voto un dovere, sul referendum l’effetto Consulta, scrive Repubblica. Ma il Fatto fa i conti e avverte che l’astensione rischia di vincere domenica. Gli italiani si faranno fare. Il presidente della Repubblica no. Rifiuta di correggere Renzi ma fa sommessamente sapere che eserciterà quel diritto, che fonda la cittadinanza, e il 17 aprile e andrà alle urne. Secondo Giannelli, “Renzi è preoccupato e la Boschi lo consola”. Sapete come? Gli dice “stai sereno”! Intanto un dossier accusa di “spese folli” il capo di stato maggiore della marina, indagato dai giudici di Potenza nel contesto dell’affare Tempa Rossa. Intanto gli austriaci avvertono che costruiranno un muro (anti migranti) al Brennero. Intanto gli economisti – anche quelli di corte – cominciano a temere che la ripresa resterà dello zero-virgola anche nel 2016. Intanto l’amico al Sisi ci sta regalando solo bugie sulla tortura e l’assassinio di Giulio Regeni. E l’amico Erdogan, guardia carceraria dei profughi che non vorremmo, presenta il prezzo dei suoi servigi e pretende che in Germania censurino la satira che lo offende. Intanto servono altri soldi – sei miliardi – per salvare le banche italiane che – si diceva – scoppiassero di salute. Intanto le pensioni rischiano di venire usate come bancomat: ieri era il contributo di solidarietà, domani il DEFinanza potrebbe prevedere il taglio di quelle di reversibilità.

Ma chi è questo premier? Finora votato soltanto da un milione 895mila elettori del Pd, e affinché facesse il segretario non il Presidente del Consiglio. E un uomo che quando si trova in difficoltà, invece di provare a capire, sceglie di asfaltare il primo che gli capita a tiro, meglio se sindacalista o “gufo”. É un uomo fragile, che non accetta le sconfitte e perciò è costretto sempre a sfidare: sotto un altro. Ha una grande dote: nessuno come lui è abile nella politica come tattica, nessuno vede meglio le debolezze dell’altro, nessuno intuisce tanto bene la linea di minor resistenza nella quale passare. Ma ha pure un grande limite: gli manca una visione del futuro, vive alla giornata. Quando non sa che dire mormora che è “70 anni che se ne parla”. E che ora basta: tocca a lui decidere. Come non si sa, in quale direzione non lo sa.

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