Si chiama Sia: Sostegno per l’inclusione attiva. È la misura contro la povertà su cui il governo ha puntato per il suo piano nazionale contro la povertà. Un intervento che riprende quanto previsto dal governo Letta e che oggi è affidato al ministro Giuliano Poletti.  Nei fatti: un assegno da distribuire a famiglie con figli piccoli (o minorenni), prendendo ancora una volta come riferimento un reddito Isee (pare di un massimo di 3mila euro, ben al di sotto della soglia di 6mila euro necessaria per la social card), nella misura rientrano anche obblighi per le famiglie, come mandare i figli a scuola e sottoporsi a un obbligo formativo. La sperimentazione riguarda 12 città italiane con oltre 250mila abitanti: Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia, Verona. Anche se nella Capitale la sperimentazione non è ancora cominciata.

Un passo indietro, cos’è il Sia? Ecco la definizione del ministero del Welfare: «Non solo sostegno economico alle famiglie beneficiarie, ma un progetto ben più ampio di inclusione sociale attiva: lavorativa per gli adulti, scolastica per i bambini, sociale e sanitaria per tutta la famiglia». La scorsa estate si è conclusa. In vista dell’estensione di questa misura a tutto il territorio nazionale – che dovrebbe avvenire nel corso del 2016 -, l’Alleanza contro la povertà presenta un documento in cui prova a fare il punto sull’iter normativo della legge delega sulla povertà del governo.

Quali risultati ha ottenuto la sperimentazione? Dati certi e dettagliati non ce ne sono, perciò è impossibile tracciare un vero e proprio bilancio. Quello che sappiamo è scritto su un report di settembre 2014: hanno percepito il Sia più di 6.500 nuclei familiari (che contano 27.000 persone) in condizione di povertà, per un beneficio medio mensile di 334 euro. Il basso numero di domande e l’alto numero di richieste rifiutate (perché non avevano i requisiti richiesti), ha fatto sì che in questa prima fase della sperimentazione in diverse città le risorse disponibili non siano andate esaurite: i Comuni in questione hanno impegnato tra la metà e i due terzi del totale delle risorse. Sulle risorse, l’Alleanza contro la povertà denuncia: «Il finanziamento previsto dalla legge di stabilità è insufficiente a sostenere una misura universale». E «il disegno di legge delega, per come è strutturato, sembra proporsi l’obiettivo di veicolare verso la povertà risorse oggi impegnate su altre prestazioni assistenziali o anche di natura previdenziale». «La sperimentazione del Sia nelle 12 città ha fatto emergere una serie di problemi legati prevalentemente ai ritardi attuativi e al ridotto utilizzo dei fondi assegnati», denuncia l’Alleanza nel documento. Per superare queste difficoltà, spiegano, è necessario che nuovi criteri e nuove modalità vengano stabiliti nel decreto interministeriale che regolerà l’estensione della misura su tutto il territorio nazionale.

Soldi a parte, obiettivo del Sia è far uscire i nuclei coinvolti dalla condizione di povertà di partenza. Ma in mancanza dei numeri definitivi è impossibile dare una risposta a questa domanda. Per l’Alleanza «resta l’incognita sull’efficacia dei percorsi di reinserimento socio-lavorativi avviati per i nuclei familiari presi in carico. Mancano, infatti, le elaborazioni dei dettagliati questionari distribuiti a questi nuclei familiari beneficiari del Sia». Al momento, in Italia, riesce a uscire dai circuiti della povertà il 5% delle persone coinvolte, contro una media europea dell’8,9%.

Intanto, in attesa che le sempre più lente istituzioni centrali trovino risposte contro l’avanzata della povertà nel Paese, alcune Regioni si cominciano a dotare di strumenti per contenere l’impoverimento. Resta il fatto, conclude l’Alleanza, che manca un coordinamento adeguato: «I provvedimenti regionali rischiano di sovrapporsi alla misura nazionale e di acuire le differenze già presenti tra i territori».

 

Ma quanti sono i poveri in Italia e in Europa?

I dati Eurostat relativi al 2015 segnalano una discesa sensibile del numero di poveri in Europa e solo marginale in Italia. Nel 2015 in Europa il tasso di povertà è sceso a 8,2% sul totale dei cittadini europei, dal 9% del 2014.

Sono 41,092 milioni i poveri in Europa. L’Italia, invece, è passata dall’11,6% all’11,5%, ovvero un totale di 6,982 milioni di persone che vivono in conclamate condizioni di povertà. Per Eurostat, si tratta di persone che non possono affrontare una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni due giorni, mantenere una casa. Il numero è molto più basso in Germania (3,974 milioni), dove il tasso è appena del 5%, e anche in Francia (2,824 milioni), con un tasso del 4,5%, entrambi Paesi più popolosi dell’Italia. In generale sono poveri soprattutto i genitori ‘single’ (17,3% del totale Ue) e gli adulti senza compagno (11%).

Sul rapporto sulla Povertà in Italia presentato dall’Istat a marzo di quest’anno fa riferimento ai dati del 2014 leggiamo quanto segue:

Nel 2014 le persone a rischio di povertà sono stimate pari al 19,4%, quelle che vivono in famiglie gravemente deprivate l’11,6%, mentre le persone appartenenti a famiglie dove l’intensità lavorativa è bassa rappresentano il 12,1%. L’indicatore del rischio povertà o esclusione sociale rimane stabile rispetto al 2013: la diminuzione della quota di persone in famiglie gravemente deprivate (la stima passa dal 12,3% all’11,6%) viene infatti compensata dall’aumento della quota di chi vive in famiglie a bassa intensità lavorativa (dall’11,3% al 12,1%); la stima del rischio di povertà è invece invariata

Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) era in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).

Dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile. La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno. Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro.

Interessante, a proposito del tema di cui trattiamo in questo articolo – le politiche di intervento pubblico a sostegno della povertà – la tabella Eurostat qui sotto, che compara il dato relativo alla povertà prima e dopo le politiche di welfare. Il dato italiano è uno di quelli nei quali l’incidenza della povertà diminuisce di meno, segno di un welfare che non è capace di incidere in maniera sostanziale. E segno che l’idea di un reddito di inclusione sociale – o un’altra forma di sostegno al reddito di cittadinanza – è utile e necessaria.

Percentuale di persone a rischio povertà, prima e dopo le misure di welfare (Eurostat) 

At-risk-of-poverty_rate_and_at-risk-of-poverty_threshold_(for_a_single_person),_2013_and_2014

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