A vederlo da fuori ha tutti i tratti di una caserma. E in effetti il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto – una delle strutture che dovrebbero garantire l’inclusione dei richiedenti asilo cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato – sorge all’interno di un’ex base militare dell’Aeronautica, lungo la statale 106 che porta a Crotone. Emblema di un sistema ancora fondato sulla militarizzazione dell’accoglienza e sull’emergenza, il Cara di Sant’Anna secondo alcuni è una macchina perfetta, per altri perfetta solo per fare soldi, con il dubbio che finiscano anche nelle casse della ’ndrangheta. Occasione di business e raccolta di consenso politico attraverso gli appalti dei servizi che queste strutture dovrebbero garantire. Si consideri che la sola gara di appalto per la pulizia del Cara nel triennio 2009/2012 valeva ben 2 milioni di euro.

Stride l’esigenza di inclusione con le reti metalliche, muri e telecamere. I circa duemila ospiti, a fronte dei 729 posti disponibili, fuggiti dalla violenza e dalla persecuzione sono sorvegliati da una presenza massiccia di militari. Una macchina della “sicurezza” che guarda distrattamente dentro mentre sarebbe il caso di guardare anche a quello che accade fuori, se è vero quello su cui stanno indagando i magistrati della procura di Catanzaro: la ’ndrangheta e soprattutto il clan Arena, la potente ’ndrina locale – tenterebbero di accaparrarsi la gestione di alcuni servizi.

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«Mi sembra difficile che la ’ndrangheta non si interessi al Cara. Quella struttura è una miniera di soldi», racconta Pino De Lucia, presidente della cooperativa Agorà Kroton, che dal 2002 gestisce un centro Sprar con una ventina di ospiti. «La ’ndrangheta chiede il pizzo ai piccoli commercianti, figuriamoci se non ambisce ad entrare nel business del Cara, che per la sua gestione richiede milioni di euro. Forse non direttamente, ma di sicuro è interessata agli appalti, alla gestione della manutenzione ordinaria e straordinaria, alle pulizie, mense e ristorazione». Il presidente della coop racconta anche di atti di intimidazione rivolti contro la sua persona e contro la struttura di accoglienza: «Minacce ne abbiamo sempre subite, sia personalmente che come cooperativa. Sulla porta di casa ho trovato più volte incise delle croci con la scritta “devi morire”, hanno bruciato i mezzi della cooperativa, abbiamo subito sabotaggi e intimidazioni, bombe esplose dentro i nostri uffici. Le indagini non hanno però mai portato a risultati concreti».

Poi c’è la vita dentro il Cara. E a raccontarcela è Achal, scappato dal Bangladesh perché ricattato da un gruppo di terroristi che minacciavano di ucciderlo e finito per diversi mesi al Sant’Anna. «È stata un’esperienza durissima», ricorda. «Dormivo in piccole stanze con altre 12 persone e avevamo un solo materasso peraltro senza rete. C’era  un solo bagno senza porta per 30 persone. I pasti che arrivavano non erano buoni e le porzioni erano troppo piccole». L’Italia è stato il suo primo Paese di approdo e qui è rimasto suo malgrado. Achal tradisce una profonda inquietudine mentre racconta la sua esperienza.

 

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