In Siria sono ripresi i combattimenti. O meglio, ci sono aree in cui le armi non hanno mai cessato di sparare, gli assedi non sono mai stati allentati per far passare convogli umanitari e i civili, intrappolati nelle loro case, non hanno ricevuto né cibo, né medicine. Nei giorni scorsi gli scontri attorno ad Aleppo e in altre aree del Paese si sono intensificati, l’aviazione di Assad ha ripreso a bombardare con maggiore insistenza e i ribelli hanno conquistato delle posizioni a Latakia e Hama.

La scelta di Damasco di premere sull’acceleratore ha prodotto la causato l’abbandono dei colloqui di pace in corso a Ginevra da parte delle opposizioni moderate: «I colloqui dipendono dalla situazione sul terreno e da quando sono cominciati, Assad la situazione è peggiorata per decisione di Assad» ha detto il portavoce delle opposizioni nella città svizzera. Per cercare di salvare il salvabile, il presidente Obama ha chiesto al suo omologo Putin di premere su Assad, una telefonata non tranquilla e interlocutoria, sembra di capire dai commenti di Casa Bianca e Cremlino: «Continuiamo a osservare violazioni di un già fragile cessate-il-fuoco» dicono a Washington, mentre il Cremlino ribadisce l’impegno per lo stop alle ostilità e annuncia «ulteriori misure per rispondere rapidamente alle violazioni», che tradotto vuol dire che gli aerei russi colpiranno non appena ne avranno l’occasione. Dal canto suo, Obama visiterà l’Arabia Saudita dove chiederà impegno ai sauditi per combattere i loro amici dell’Isis e cercherà di convincerli a cambiare atteggiamento in una serie di conflitti mediorientali. Opera difficile con quello che un tempo era il migliore alleato americano e oggi è un parente scomodo di cui è pericoloso fare a meno.

A Ginevra, intanto, proseguono dei colloqui tecnici, anche se le opposizioni hanno rigettato l’ipotesi di transizione avanzata dall’inviato Onu Staffan De Mistura, che proponeva una presidenza Assad con tre vice per, appunto, guidare il passaggio a nuove elezioni.

È in questo contesto complicato che arrivano i comunicati di Medici Senza Frontiere e Amnesty International sulla Siria. L’organizzazione che gestisce diversi ospedali nel Paese racconta di «più di 100.000 persone intrappolate nel distretto di Azaz, nel governatorato di Aleppo, che si trovano bloccate tra la linea del fronte del gruppo dello Stato Islamico, i territori controllati dai curdi e la frontiera turca (…) Il riaccendersi di violenti combattimenti nell’ultima settimana ha portato più di 35.000 persone a fuggire dai campi sfollati presi dal gruppo dello Stato islamico o troppo vicini alle linee del fronte. Ora più di 100.000 persone sono radunate nelle zone al confine con la Turchia, con combattimenti in corso a soli sette chilometri di distanza. I combattimenti hanno inoltre portato alla chiusura di diverse strutture sanitarie perché l’avvicinarsi del fronte ha spinto il personale medico a fuggire. L’ospedale di MSF, 52 posti letto nell’area settentrionale di Azaz, è ancora in funzione e sta dando priorità alle cure di emergenza.
«Le nostre équipe mediche stanno lavorando in condizioni incredibilmente difficili e data la gravità della crisi abbiamo deciso di concentrarci sugli interventi salva-vita di emergenza. Nell’ultima settimana abbiamo visto circa 700 pazienti nel pronto soccorso, tra cui 24 feriti di guerra» ha detto Muskilda Zancada, capo missione di MSF in Siria.

Da Amnesty, invece arriva una denuncia contro l’uso di barili bomba da parte del regime di Assad. Le immagini sono girate a Daraya, dove dall’inizio del cessate-il-fuoco non piovono più barili bomba ma “solo” colpi di artiglieria. Nella città si trovano circa 8mila persone. «È del tutto oltraggioso, anche se non sorprendente, che il governo siriano continui a bombardare e affamare i suoi cittadini. Ed è inaccettabile che le Nazioni Unite e altri influenti attori internazionali non stiano facendo di più per risolvere la situazione critica di Daraya e degli altri centri sotto assedio» – ha dichiarato la responsabile per il Medio Oriente di Amnesty Magdalena Mughrabi. Il tema posto è, appunto, quello delle città assediate e isolate dove non arrivano neppure i convogli umanitari.
Nel corso di oltre tre anni di assedio da parte delle forze governative siriane, su Daraya sono stati sganciati migliaia di barili bomba: circa 6800, secondo i dati raccolti dal Consiglio locale della città, dal gennaio 2014 al 26 febbraio 2016 e almeno 42 civili, tra cui 17 bambini, sono morti e altri 1200 civili sono rimasti feriti. Gli attivisti locali ritengono che il numero delle vittime sarebbe stato assai più alto se la popolazione non avesse imparato a correre verso i rifugi non appena viene visto in lontananza un elicottero. A Daraya non è entrato nessun convoglio umanitario.

Il video di Amnesty International sulle bombe a barile su Daraya


Nelle immagini vedete un padre parlare della figlia morta, si vedono barili bomba cadere ed esplodere all’interno della città e civili, bambini e anziani compresi, descrivere il terrore di vivere sotto questi incessanti attacchi in una città sotto assedio. «Questi vogliono uccidermi» – risponde la bambina con gli occhiali quando le viene chiesto di parlare delle bombe. In un’altra terribile immagine, un giovane ferito accanto al corpo del fratello ucciso da un barile bomba lo supplica: “Fratello, ti prego, non lasciarmi”.

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