Tra i capoluoghi che vanno al voto il prossimo 5 giugno, insieme a Roma, Napoli e Milano, Bologna è la città che più può impattare sul risultato di questa tornata elettorale. Il risultato è apparentemente scontato e il sindaco uscente, Virginio Merola, nonostante un indice di gradimento non esaltante (49%, 88esimo su 101, rilevazione Sole 24 ore di gennaio 2016) sembra lanciato verso la riconferma, più per mancanza di veri competitor che per meriti particolari. A ulteriore riprova di un risultato dato per acquisito, la recente dichiarazione di Renzi, che – in visita a Bologna per inaugurare un progetto di allargamento della tangenziale dal sapore fortemente elettoralistico («Il progetto ancora non lo abbiamo», ha dichiarato Merola il giorno dopo, «visto che Autostrade ha tempo fino al 30 giugno per farlo, ne discuteremo meglio a luglio») – ha battezzato il candidato del Pd come sindaco «anche per i prossimi 5 anni».
L’endorsement del presidente del Consiglio non è stato particolarmente pubblicizzato visto il calo di popolarità di Renzi dovuto anche alla recente battaglia referendaria (a Bologna hanno votato più di 100mila persone, circa il 37%), ma è stato visto comunque come una conferma delle buone probabilità di successo. Insomma i giochi parrebbero già fatti.

Eppure da poco più di una settimana circola un sondaggio commissionato dalla trasmissione Piazza Pulita che disegna un quadro più complesso. Il Pd è dato al 42%, contro il 24% della Lega, il 22% del M5s e il 10% di Coalizione Civica. Il dato più impressionante è però quello della partecipazione al voto che prevede il 46% di astenuti e indecisi. Con tali cifre e un mese e mezzo di campagna elettorale davanti il risultato appare molto meno certo, tanto più che Forza Italia e il resto della destra non hanno ancora indicato un candidato sindaco e sono sempre più vicini al collegamento con Lucia Bergonzoni, candidata sindaco della Lega. Il ballottaggio con i leghisti non sembra più così inverosimile, tanto da spingere Merola a solleticare la pancia degli elettori più intolleranti: rispondendo a chi gli chiedeva della gestione dei flussi migratori il sindaco uscente ci è andato giù pesante: «I bolognesi non avranno alcun disturbo, bisogna però che i migranti abbiano pazienza e non vadano in giro a chiedere l’elemosina».
Con questi toni, in una città in cui i temi della sicurezza e del famigerato “degrado” han fatto breccia da tempo anche nell’elettorato più moderato, è facile comprendere che una larga fetta di cittadini, soprattutto di sinistra ma non solo, non si senta più rappresentata: si è rotto quell’equilibrio fragile che aveva consentito alla giunta Merola di barcamenarsi tra il nascente partito della Nazione ed una storia di solidarietà e uguaglianza decennale, già duramente incrinata dalla vittoria di Guazzaloca e dalla gestione securitaria di Cofferati. Gli sgomberi di alcune occupazioni abitative (ex Telecom) e del centro sociale Atlantide avvenute a opera del prefetto – e a quanto dichiarato “all’insaputa” dello stesso sindaco – hanno inasprito i conflitti sociali, aprendo una ferita profonda con una fetta di città. All’ombra delle due torri, insomma, si agitano fenomeni complessi che interrogano tutta la società italiana e non permettono più di considerare Bologna quell’isola felice, faro di cultura e innovazione, tolleranza e integrazione, che a lungo abbiamo imparato ad ammirare al punto da etichettarla come proverbiale esempio della socialdemocrazia all’italiana.

Bologna “la dotta” ha perso di recente anche il suo intellettuale più noto, l’alessandrino Umberto Eco, quasi a voler simboleggiare la fine di un’epoca. È di questi giorni la clamorosa notizia della bocciatura a scrutinio segreto del nuovo e giovane Rettore Ubertini (classe 1970) – per cui aveva votato a favore persino Romano Prodi che si è poi immediatamente dimesso in polemica – dall’assemblea dei soci della Fondazione Carisbo, la maggiore fondazione culturale bolognese.
Bologna “la grassa” ha, in barba alla sua celebre tradizione godereccia e culinaria, introdotto nelle mense scolastiche i menù vegani, facendo parlare gli esperti di “rischio anoressia”.

Bologna “la rossa” ha invece scoperto il daltonismo politico: il giallo a cinquestelle e il verde Lega sostituiscono progressivamente ciò che resta degli stanchi eredi del Pci. Sarebbe tutto qui se in fondo al tunnel non ci fosse una luce rosso-blu che vale la pena di raccontare. Rosso e blu sono i colori di Bologna, ovviamente, ma anche di “Coalizione Civica”, una lista civica, per l’appunto, nata da un appello lanciato da alcuni cittadini nel luglio 2015 e rivolto alle energie civili che hanno animato i movimenti per l’acqua e per la scuola, le lotte alle infiltrazioni mafiose, le mille forme di autorganizzazione e solidarietà tra cittadini per «dare a Bologna un’amministrazione dedita al bene comune».

 

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