Ha ancora un senso parlare della prima guerra mondiale, a un secolo di distanza? Cos’altro c’è da sapere su quella cesura della storia del Novecento, quello strappo doloroso, costato milioni di vittime?
«E’ come se fosse un pentolone: più cerchi dentro e più ti accorgi che qualcosa parla a te. È una relazione, quella della guerra di un secolo fa, che è ancora viva con l’oggi. C’è qualcosa di scomodo, di penoso, qualcosa che non è finito, non è chiuso, al di là delle celebrazioni». Risponde così Marta Gilmore, regista e drammaturga della “polifonia europea” cioè lo spettacolo Friendly Feuer che debutta stasera, 28 aprile, al Teatro India di Roma. Il primo di una serie di lavori teatrali del progetto Guerre/Conflitti/Terrorismi promosso  dal Teatro di Roma sul palcoscenico dell’India.
Nello spettacolo-performance, oltre a Marta Gilmore, in scena Eva Allenbach, Tony Allotta, Armando Iovino e Vincenzo Nappi.
Il “fuoco amico” dello spettacolo prodotto da Isola Teatro, Collettivo di teatro, racconta Marta, che ne è la regista e l’autrice del testo, dopo un processo di scrittura collettiva, è quello “contro i disertori, quelli che volevano passare al nemico, ma che non risparmia nemmeno gli ufficiali che si suicidavano per il senso di colpa di aver mandato al macello i propri uomini”. L’assurdità della guerra colta nel suo momento più universale. Con l’uso di lingue diverse, facilmente comprensibili e “adattate” ai corpi degli attori in scena.

“In mezzo alla piccola vallata, beyond la linea of our wire fences, soldat Marrasi, le pieds affondati dans la neige, hands up, pas de fusil, avanzava stentatamente verso the enemy’s Schutzengraben. Sur le vacarme dei colpi si levava the baritonal voice of lieutenant Cosello: Shoot le deserteur!”

(Libera traduzione da Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano).

Uomini e donne insieme, come a rappresentare l’essenza del dramma, al di là della differenza di genere. “Le nostre sono figure più che personaggi. A parte il fatto che oggi la guerra è combattuta anche dalle donne, noi non abbiamo voluto lavorare in maniera naturalistica. Non siamo nemmeno vestiti da soldati, abbiamo solo qualcosa che richiama i militari, cioè gli stivali. Volevamo entrare e uscire dalla storia, come a guardarla da fuori”, spiega la regista. , quasi a confermare naturalistici”, precisa Marta.

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Una storia, quella della prima guerra mondiale, talmente assurda che non si è fermata.“Una follia assoluta che in qualche luogo è arrivata fino ad oggi. Come a Cercivento, in Carnia. Là vennero fucilati 4 alpini che erano della zona, un episodio che è diventato memoria collettiva”, racconta Marta. I quattro non si erano rifiutati di eseguire un ordine, ma semplicemente di rimandare l’azione a un momento meno rischioso. “Ebbene, sono stati messi sotto processo e al mattino dopo fucilati”, dice la regista. Questa storia non finisce qui perché un discendente di uno degli alpini ha chiesto che il suo antenato venisse riabilitato con tutta una serie di ripercussioni burocratiche che hanno coinvolto anche il ministro della Difesa che all’epoca era Ignazio La Russa il quale doveva rappresentare il parente fucilato. “Sai come è andata a finire? Il tribunale militare ha bocciato la richiesta di riabilitazione sostenendo che non c’erano prove sufficienti a dimostrare che era stato commesso un errore!”.

I testi a cui si sono ispirati gli artisti del collettivo indipendente sono molti, tra questi c’è Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, con la figura di Marrasi, il disertore. “Muore dopo che si incammina verso il nemico a mani alte, disarmato. Gli austriaci tacciono ma a sparare sono i suoi”. Il dramma del disertore è questo: “L’idea, il tentativo di passare dall’altra parte per scampare alla guerra perché ti trovi in una situazione senza scampo: ti mandano al massacro, vedi quelli davanti a te cadere, ma tu non puoi sottrarti perché dall’altra parte c’è il plotone di esecuzione”.
E oggi, nell’Europa che innalza i muri, le barriere come quelle – guarda caso – tra Austria e Italia? “L’idea della ribellione alla violenza oggi è chiara”, risponde Marta Gilmore. “Mentre adesso c’è un rifiuto radicale, quello di allora era un rifiuto solitario, disperato. A me colpisce, essendo cresciuta con il senso della storia che nasce nella resistenza, con il senso del noi, del fare una scelta. Lì non c’è tutto questo. C’è l’individuo da solo, la macchina bellica, una forte propaganda che spacciava un universo valoriale dove l’azione del sottrarsi è una vigliaccheria, non una presa di posizione”, sottolinea la regista.
C’è un altro filone del racconto di Friendly Feuer, quello delle patologie psichiatriche, continua Marta. “Sì, c’era la cosiddetta epidemia da shell shock, la nevrosi da guerra dovuto a scoppi di granata, da combattimenti cruenti. Sono in realtà sindromi isteriche, manifestazioni del disagio psichico provato da quegli uomini mandati a morire. Sordità, paralisi alle gambe o tremori. E’ come se la guerra fosse entrata nelle loro teste. Questo fenomeno diventa oggetto del dibattito psichiatrico a livello internazionale. Solo che – spiega Marta – da parte delle gerarchie militari c’è la richiesta di mandare i soldati al fronte e poi non si può avallare il fatto che questi scampino alla guerra. Quindi la psichiatria in questo caso diventa un braccio della gerarchia militare e gli psichiatri spesso sono ufficiali medici che adottano qualsiasi mezzo per farli tornare a combattere”. Scariche elettriche alle gambe, ai genitali, vere forme di tortura, oppure shock procurati in modo da far loro più paura della guerra stessa. Tutto questo mentre nella realtà, come testimoniano tante lettere e diari della prima guerra mondiale, i soldati dei due schieramenti di fronte nelle rispettive trincee magari a pochi metri di distanza “instauravano le tregue informali”.

Un altro testo che sta dietro il lavoro del Teatro Isola è Il nemico, un racconto di Erich Maria Remarque, in cui il dialogo è metà in francese e metà in tedesco.

Lo spettacolo debutta stasera al Teatro India e rimarrà in scena fino al 30 aprile. Ma alle spalle c’è un lungo lavoro durato due anni. Un’anteprima nel 2015 al Fringe festival di Napoli, una residenza al festival Armunia di Castiglioncello e soprattutto una gavetta in prima linea, si potrebbe dire. “Siamo reduci da matinée con le scuole, ci siamo misurati con centinaia di ragazzi. E’ stato interessante vedere come gli adolescenti abbiano compreso il linguaggio contemporaneo, storie e immagini di loro coetanei di un secolo fa. Adesso andiamo in scena ma ci ha fatto bene l’assalto con i ragazzi”, conclude ridendo Marta Gilmore.
Tra i testi che hanno ispirato il lavoro collettivo c’è anche La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918 di Bruna Bianchi. Con l’autrice di questo testo, docente di Storia Contemporanea alla Ca’ Foscari di Venezia, la Compagnia organizza un incontro pubblico coordinato da Attilio Scarpellini, sabato 30 aprile (ore 18.30) al Teatro India.
Tra un mese, infine, sempre a Roma allo Strike, in scena ancora, ma insieme al gruppo musicale dei Wu Ming, anche loro appassionati narratori della “guera granda”.

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