La sintesi di Chiara Geloni, giornalista vicinissima all’ex segretario Bersani, è ottima: «Renzi cerca i toni di un discorso da leader unitario, ma elude tutti i punti che dividono: Verdini, campagna elettorale, riserve della minoranza sul referendum». È andata così la direzione del Pd, dove il premier ha cercato in tutti i modi di evitare anche il tema della giustizia, concedendo poche parole – peraltro tutte già pronunciate – al rapporto con la magistratura.

Preferisce parlare di Europa, di migranti e di cultura («Non è un caso», dice, «che da Fazio il picco di share l’abbiamo fatto parlando di cultura»), e chiede un partito «banchino permanente», impegnato sulle amministrative prima e sul referendum costituzionale dopo. Deve avere brutti sondaggi in mano, il premier, perché si spinge a chiedere espressamente una «tregua» alla minoranza interna: «Non abbiamo motivo di continuare una sfibrante battaglia interna quando siamo impegnati nella campagna per le amministrative», dice.

Chiede una pausa, Renzi, comunque consapevole che i suoi continueranno il lavoro. L’ultima è Maria Elena Boschi, che ha affiancato la sinistra contraria alla riforma costituzionale a Casa Pound e – bacchettata da Cuperlo in direzione – ha confermato, e si chiesta retorica se «ci sarà mai una direzione, una, dove la minoranza non attaccherà questa dirigenza». L’Unità continua con le paginate sui giudici che fanno politica, ancora, ma Matteo Renzi insiste a dire che no, «non troverete mai un mio commento su un magistrato», «mai un mio commento su una sentenza».

Matteo Renzi è adesso dunque quello che ha riconosciuto una questione morale, e che ora chiede di abbassare i toni, «per far crescere il simbolo del Pd», che evidentemente è molto indietro, salvo l’isola felice di Torino, dove Fassino rischia di essere l’unico sindaco di una grande città eletto in questa tornata.

E la minoranza, al netto di qualche appunto, accetta. Più o meno. Non rinuncia alla polemica con Boschi (e poi con Giachetti), Cuperlo, ma dice anche: «Renzi ha speso parole molto serie sulla questione morale», «per due anni abbiamo accettato che ci si rappresentasse come la sinistra che aveva solo pregiudizi verso la nuova gestione. Abbiamo sbagliato. Da adesso fino al 20 di giugno vorrei approvare l’idea di una moratoria». Ci si prepara al congresso, così, che sarà subito dopo il referendum costituzionale. Referendum che vedrà tutto il partito impegnato per il sì, salvo che non vada più bene, a un certo punto, che Matteo Renzi dica nella stessa frase di non volere il plebiscito e poi però confermi che non solo il suo governo ma la sua carriera politica è legata a quel voto.

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