L’11 maggio si alza il sipario del 69° Festival di Cannes che si concluderà il 22 maggio. In realtà sulla kermesse i riflettori sono già accesi da tempo, i chiaroscuri non mancano e qualche scintilla ha elettrizzato l’aria. Il gioco dei titoli papabili è andato avanti così per mesi, fino a quando il presidente Pierre Lescure e il direttore artistico Thierry Fremaux hanno dato l’annuncio ufficiale e si è capito che quest’anno non vi sarebbero stati film italiani in concorso. Il produttore Riccardo Tozzi ha detto che in concorso vanno solo i beniamini di Cannes ovvero Moretti, Garrone e Sorrentino; qualcuno ha alzato il patrio orgoglio, per lo stato di grazia del cinema nazionale, dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg robot, Perfetti sconosciuti e Veloce come il vento; qualcun altro, più pragmaticamente, ha sottolineato l’importanza delle relazioni e degli accordi commerciali. Non sono mancati, come sempre, giudizi perentori sulla mostra: troppo eccentrica, autoriale e terzomondista; troppo francese ( 4 titoli più alcune coproduzioni); troppo ritagliata sui gusti del direttore; troppo compiacente verso gli Usa; troppo glamour e glittering (l’anno scorso era il contrario); troppo colpevole di aver ignorato cinematografie importanti come quella cinese, messicana e araba; troppo conservatrice perché ignora il documentario; troppo esigua la presenza femminile nel concorso, anche se quest’anno le registe sono tre, mentre la rappresentanza generale è circa il 20 per cento.
Premesso che bisognerebbe indagare approfonditamente lo stato di salute del cinema nazionale, botteghino a parte, va detto che i selezionatori di Cannes da anni forgiano un festival, da cui emerge il miglior cinema europeo e internazionale. La giuria 2016, presieduta da George Miller, è indipendente, ed i film in gara certamente hanno il pregio così come è accaduto tante volte, si pensi a 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni del rumeno Mungiu, Palma nel 2007, o al complesso Lo zio Boonmee del tailandese Weerasethakul, Palma nel 2010), ma nella selezione i film, oltre a vantare propri meriti, possono offrire il valore aggiunto di co-produzioni importanti. Il cinema è un’industria. Tuttavia un film è prima di tutto un oggetto estetico, con un’identità, uno stile, una ricerca formale, quando non vuole essere mero passatempo domenicale o narcotizzante.  Il film è ricerca, pensiero visivo che produce senso, emozioni, suscita interrogativi. È lo sguardo di un regista, il mondo che intercetta e i suoi conflitti meno evidenti, le pieghe della storia, il movimento segreto di un personaggio. E questo Cannes continua a proporlo. Non c’è un sentimento anti-italiano, anche se il riferimento di Fremaux all’Italia nello splendido manifesto di quest’anno – Villa Malaparte nel film Le mépris di Godard – sa di ironico contentino. Nella sezione Un certain regard sarà presentato il film di Stefano Mordini, Pericle il nero, protagonista Scamarcio, tratto dal libro di Ferrandino. Ambientato nel mondo della camorra, con la sua intrigante geografia espansa dal Sud dell’Italia al Belgio fino a Calais, ha tutti i numeri di un polar melvilliano elegante e rigoroso. La Quinzaine des Réalisateurs, manifestazione parallela diretta da Édouard Waintrop, antagonista del concorso ufficiale propone tra gli altri i film di Virzì (La pazza gioia), Giovannesi (Fiore) e Bellocchio (Fai bei sogni).

Prendiamoci il buono dell’Europa unita, augurandoci che nessuno alzi muri, pensando, fuori da provincialismi, che ci sia un cinema autonomo, sovranazionale, interculturale, denso, libero gioco dell’immaginazione, che aspiri all’universale. Nelle diverse sezioni, Cannes propone registi/e agli inizi e altri autorevoli (Loach, i Dardenne, Jarmush, Assayas ecc). Alcuni vantano una indiscutibile coerenza intellettuale e rigore stilistico, ad altri è necessario lasciare spazio e dare visibilità. Va riconosciuta a Cannes la dedizione nell’allevare talenti e contribuire alla loro vita artistica. Si pensi cosa abbiano significato in questi anni di palude il riconoscimento ad Alice Rohrwacher per la sua opera seconda Le meraviglie (2014), l’affermazione di Matteo Garrone con Gomorra (2008) o di Paolo Sorrentino con Le conseguenze dell’amore (2004), film come Respiro (2002) di Emanuele Crialese o Miele ( 2013) di Valeria Golino o un attore come Elio Germano nel film di Lucchetti La nostra vita (2010). Momenti vitali. Quando si aprono nuovi scenari, in Italia come altrove, si tratta di non richiuderli, invocando il passato, discriminando l’autorialità, assestandosi su film di genere o puntando solo su essi, tarpando le ali a chi intraprende altre strade, magari più sperimentali o personali, si tratta di lasciare emergere nuove aspirazioni e nuovi sguardi. E il festival di Cannes questa funzione la assolve ( in foto la locandina del festival di Cannes che rende omaggio alla villa di Curzio Malaparte nel film di Godard).

Cannes si tinge di noir con il film di  Stefano Mordini

di Simona Maggiorelli

E’ un noir molto francese Pericle il nero, il film di Stefano Mordini, in corsa nella sezione Un certain regard (al festival di Cannes il 19 maggio). Protagonista Riccardo Scamarcio nel ruolo di un ragazzo  napoletano cresciuto in quartieri difficili, costretto  per sopravvivere  a «fare il culo alla gente». Tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Ferrandino che nel 1993 fu un caso editoriale in Francia (prima di essere pubblicato in Italia da Adelphi) il film scava nella personalità del protagonista, allontanandosi dagli stereotipi di genere. Perciò il regista ha scelto di non girare a Napoli, preferendo un contesto diverso, meno connotato. «Il libro di Ferrandino circola nel mondo del cinema fin da quando è uscito. In molti ne hanno subito il fascino» racconta il regista che è riuscito a tradurlo sul grande schermo, stimolato da Riccardo Scamarcio, che era già stato contattato da Abel Ferrara.

«Se avessimo ambientato il film a Napoli sarebbe venuto fuori un gangster e non è la mia cifra», commenta il regista, che ha esordito nel 2005 con Provincia meccanica e nel 2012 ha girato Acciaio dal romanzo di Silvia Avallone. «In Pericle il nero mi interessava lavorare sulla parte esistenziale del personaggio che nel libro è molto forte, nascosta fra riflessioni e un cut up di scrittura tipo beat generation. In realtà – spiega Mordini – il film non ha una vera storia, ma ha un livello emotivo alto. Migrando con la troupe all’estero, trovandoci tutti in situazioni nuove, ho pensato potesse essere un buon modo per mettere in primo piano l’interiorità del personaggio». Un tipo non facile, in una storia che appare violenta. «Ma se tu leggi il libro stando ad ascoltare il personaggio emerge che quella di Pericle è una violenza semmai subita, non esercitata» precisa il regista.

Il romanzo di Ferrandino, che è un autore di fumetti, permette a Stefano Mordini anche ricreare idealmente il lavoro fatto nel 2000 con il docufilm Paz’77. «Sono appassionato di quella forma di letteratura per immagini», ammette. «Manara mi ha detto che di solito si disegna a matita e poi si ricopiano i personaggi a china. E mi ha fatto notare che Andrea Pazienza invece di ricopiare il personaggio ne disegnava completamente un altro sopra, non lo rifiniva, lo trasformava, andava avanti e questo creava una vibrazione nelle sue creazioni. Mi sono ispirato a lui nel lavoro con gli attori. Abbiamo dato una sorta di definizione “a matita” di tutti i personaggi per poi in scena, pian piano ridisegnarli e creare un movimento fra quello che credevamo potessero essere e quello che invece sono diventati alla fine».

Questo articolo è comparso sul n. 19 di Left in edicola dal 7 maggio

 

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