Che cos’è la quarta rivoluzione industriale? Ne abbiamo parlato con Maria Chiara Carrozza, professore di Bioingegneria industriale all’Istituto Sant’Anna di Pisa (e già ministro dell’Istruzione nel governo Letta). Cominciamo dalla relazione tra Information & Communication Technology, Internet of Things e robotizzazione. «La quarta rivoluzione industriale è l’integrazione di tecnologie di artificial intelligence and deep learning, con tecnologie di robotica che permettono di avere agenti che svolgono compiti simili a quelli umani. Agenti connessi in cloud con intelligenze ed esperienze condivise, grazie a un sistema di comunicazione. Così si permette al robot di entrare nelle case, circolare nelle strade e di entrare in relazione con gli esseri umani. Internet of things è invece mettere in rete tramite infrastrutture oggetti, dati e informazioni, monitorando i prodotti nella loro vita, provvedendo alla manutenzione o sostituzione di essi, grazie a meccanismi di sorveglianza e sicurezza, con algoritmi che sono in grado di anticipare il futuro, nella vita sia degli oggetti/dati/informazioni, sia delle loro relazioni con la società. La quarta rivoluzione industriale segna il passaggio dal robot alternativo al robot coesistente all’uomo nello svolgimento sia dei compiti fisici che cognitivi».

Quali sono le applicazioni più socialmente utili?
Me ne occupo personalmente e ritengo che la biorobotica abbia rivoluzionato la medicina. Faccio degli esempi: il robot può coadiuvare il chirurgo nella limitazione del danno nella chirurgia invasiva, in riabilitazione può permettere il recupero di persone disabili, oppure facilitare ai paralizzati il recupero della mobilità grazie alle interfacce neurali. La biorobotica è l’incrocio tra il naturale e l’artificiale attraverso l’integrazione tra robotica e bionica, come la creazione di organi artificiali come pancreas e cuore o di interfacce neurali che dialogano con il sistema nervoso centrale. È socialmente utile quando provvede a funzioni che hanno uno scopo di sostegno, supporto, terapia, riabilitazione come nel caso degli esoscheletri che aumentano le abilità motorie, permettendo a persone fragili o deboli di migliorare la propria condizione di vita.

È possibile un conflitto tra la macchina e il lavoro umano?
È difficile dire se c’è un conflitto: potenzialmente potrebbe accadere dal punto di vista individuale. Una persona cioè può essere sostituita da una macchina se il compito è ripetitivo o di alta precisione oppure perché lo svolgimento della mansione porterebbe a fatica, usura, stanchezza, pericolosità. Ma il conflitto non sussiste su larga scala. La robotica migliora e non confligge con lo sviluppo della società, perché o migliora la qualità della vita del lavoratore oppure, nel caso della robotica esplorativa nello spazio, va dove l’uomo non può andare.

Ma è possibile immaginare uno sviluppo economico-sociale che tenga insieme sia l’avanzamento tecnologico che la conservazione dei posti di lavoro?
Ci sono delle forme di neoluddismo e movimenti di opinione che sono molto preoccupati di un’evoluzione pericolosa, ovvero che la quarta rivoluzione industriale possa rendere obsoleto il lavoro umano. In effetti esistono fabbriche cinesi senza lavoratori: robot che costruiscono robot, arrivando all’estremo del robot che replica se stesso. Tutto ciò è metafora dell’autodistruzione a meno che non si immagini la possibilità di stare tutti a riposo e far lavorare solo la macchina. Ma non penso che questo sia possibile. Bisogna saper anticipare scenari, anche estremi, ma che servano ai cittadini per far comprendere che siamo dentro una nuova rivoluzione. Tuttavia questo va fatto ponendo attenzione a problematiche di tipo educativo e formativo, altrimenti si rischia che masse di lavoratori possano essere tagliati fuori dalla società.

Questo articolo continua su Left n. 20 in edicola da sabato 14 maggio

 

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