Il poeta forte, sopravvissuto a una vita di esilio e d’asma ostinata. Il poeta contro, la dittatura nel suo Paese e l’odio del suo tempo. Il poeta resistente, sempre «in difesa dell’allegria». Il 17 maggio del 2009, proprio sette anni fa, all’età di 88 anni ci ha lasciati Mario Benedetti. Nella sua terra, l’Uruguay, da desexiliado. Usa la poesia come arma di denuncia, Mario: scrive dell’Uruguay del carcere, della tortura, delle esecuzioni sommarie, dei desaparecidos. L’America Latina di Benedetti è fatta di paura e sudore, è un Paese di gente comune fatta di storie quotidiane e musica.

mario benedettiPoeta, saggista, scrittore, drammaturgo e rifugiato politico. Quasi sconosciuto in Italia, eppure ha origini umbre Mario Benedetti, nato in Uruguay da immigrati italiani, Brenno Benedetti e Matilde Farugia. Fino a due anni di età abita con la famiglia a Paso del los Toros, poi, per motivi di lavoro i suoi decidono di trasferirsi a Tacuarembó e, in seguito, a Montevideo, quando Mario ha appena 4 anni.

Cresce tra problemi economici, Mario. A 14 anni inizia a lavorare tra i ricambi per automobili e gli tocca aspettare il 1945 per entrare in una redazione e lavorare così con le sue compagne di vita: le parole. Nel settimanale Marcha, dove viene nominato direttore letterario nel 1954, rimane per 29 anni, fino al 1974, quando il giornale viene chiuso dal governo di Juan Maria Bordaberry. In questi anni collabora con numerose riviste latinoamericane, sposa il suo grande amore il 23 marzo 1946, Luz López Alegre. E scrive. Scrive tanto Benedetti: 10 racconti, 3 drammi, 7 romanzi, 31 poesie, 14 saggi.

La sua è la vita di un combattente, di un intellettuale attivo e controcorrente. La sua prima azione di militanza politica è nel movimento contro il trattato militare con gli Stati Uniti d’America. Poi, nel 1971, fonda il Movimento 26 marzo, il braccio politico della guerriglia dei Tupamaros. Due anni dopo, a seguito del colpo di Stato militare – e al regime militare imposto tra il 1973 e 1985 – è costretto a lasciare l’Uruguay per via delle sue opinioni marxiste e partire per l’esilio: Buenos Aires, Parigi, Cuba, Madrid. Attraversa la storia col passo del “guastafeste”, imprimendo la sua vita nella continua attività letteraria. Torna in Uruguay nel marzo ’83 dando inizio al periodo desexilio.

La riscoperta di Benedetti in Italia si deve a Francesco Luti che ha riunito tutte le opere del poeta uruguagio in Difesa dell’allegria. Perché Benedetti è stato soprattutto un poeta: «Strappiamo le sue poesie all’immobilità della pagina e facciamone una nuvola di parole, di suoni, di musica, che attraversi l’oceano atlantico (le parole, i suoni, la musica di Benedetti) e si fermi, come un’orchestra protettrice, davanti alla finestra che è proibito aprire, avvolgendogli il sonno e facendolo sorridere al suo risveglio», scrisse José Saramago il 4 maggio del 2009, pochi giorni prima della sua morte, sul suo Caderno. Scegliendo una poesia di Benedetti, tratta dalla raccolta Inventario, che oggi Left ripropone:

Non ti salvare

Non rimanere immobile
sull’orlo della strada
non freddare la gioia
non amare indolente
non ti salvare ora

né mai
non ti salvare
non riempirti di calma
non tenerti del mondo
solo un angolo quieto

non chiudere le palpebre
pese come sentenze
non restare senza labbra
non dormire senza sonno
non pensare senza sangue
non giudicare senza tempo

ma se
malgrado tutto
non lo puoi evitare
e raffreddi la gioia
e ami con indolenza
e ancora ti salvi
e ti riempi di calma
e ti tieni del mondo
solo un angolo quieto
e lasci cadere le palpebre
pese come sentenze
e ti asciughi senza labbra
e dormi senza sonno
e pensi senza sangue
e giudichi senza tempo
e immobile ti fermi
sull’orlo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me.

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