«Quando sono partita per la Siria avevo appena finito la prima liceo turistico aziendale. Lavoravo in una cartolibreria per l’estate, ma quando andai a firmare il contrattino, dopo il periodo di prova, mi accorsi che non potevo farlo perché c’era una lettera sbagliata sul mio mio passaporto. Mia madre allora colse l’occasione di propormi una viaggio di qualche giorno in Siria, per conoscere il Paese dove sono nata ma ache conoscevo pochissimo». Partita il 24 agosto 2006 Amani El Nasif è riuscita a rientrare in Italia solo nell’ottobre 2007. «Avevo sempre vissuto in Italia, non sapevo nulla della situazione siriana. I miei genitori amavano il loro Paese. Che all’epoca era governato da Hafez Al Assad, padre dell’attuale presidente siriano. Mancando da molti anni, penso non immaginassero nemmeno loro di trovare là una vera dittatura».

Non ci fu nemmeno il tempo di preoccuparsi di questo prima di partire. «Saremmo dovute restare là solo pochi giorni, giusto il tempo di mettere a posto i documenti e salutare i parenti». Ma le cose non andarono così. Quei cinque giorni diventarono 399. La sedicenne Amani si trovò in una trappola. A sua insaputa i suoi genitori le avevano combinato un matrimonio con un cugino più grande di dieci anni. Che prese a umiliarla e a picchiarla perché non voleva portare il velo e soprattutto non voleva sposarsi con un uomo che non amava.

In Italia, a Bassano del Grappa, aveva lasciato Andrea di due anni più grande con il quale aveva una storia. Attaccandosi al cellulare italiano aveva cercato di contattarlo e di comunicare con le amiche. Non appena il ragazzo capì la situazione andò chiedere aiuto ai cervizi sociali.  Ma non pottetero fare nulla perché Amani non aveva la cittadinanza italiana nonostante frequentasse ancora le scuole italiane e abitasse in Italia ormai da molti anni. «Quello che avevo vissuto in Siria, e che Andrea aveva subito indirettamente, trasformò inevitabilmente il nostro rapporto. Il giorno del mio compleanno il 20 Gennaio 2008, quando diventai maggiorenne, scappai di casa per andare a vivere con Andrea. Ma lui era terrorizzato, temeva che qualcuno della mia famiglia mi portasse via a forza e non mi faceva più uscire di casa da sola. Per me era un dramma. Non mi potevo permettere di perdere la libertà per la quale avevo tanto lottato. Anche se amavo quel ragazzo. Purtroppo quella era diventata una storia malata, una di quelle storie che ti fanno soffrire, che ti succhiano la vita e ti impediscono di viverla. Due anni dopo il mio ritorno in Italia, la storia con Andrea finì. Trovai un lavoro in un bar, il primo che mi era capitato dopo quella rottura dolorosa. Nel frattempo avevo rivisto mia madre, per risolvere un problema con le buste paga, su consiglio dei vicini, mi indirizzò allo studio di Massimo, che era un bravo commercialista. Da lì è cominciata un’altra storia».

Amani oggi ha 26 anni lavora come coordinator marketing per una holding italiana e ha una figlia. La sua storia è diventata un libro Siria mon amour (Piemme) e lo presenta in giro per l’Italia, soprattutto nelle scuole, per parlare con ragazze che potrebbero venirsi a trovare in situazioni come la sua.
«Quello che mi sento di dire a tutte le giovani è di parlarne, superando la paura. Solo così si può mettere in moto il cambiamento. Certo i problemi burocratici da affronatre sono tanti. Per colpa di mio padre che non aveva richiesto la cittadinanza italiana per me e per i miei fratelli sono ancora in mezzo a un guado. Se fossi stata cittadina italiana, in Siria sarei potuta andare all’ambasciata italiana e certamente sarei riuscita a tornare molto prima. I requisiti per ottenere la cittadinanza andrebbero rivisti – sottolinea Amani -. Nel frattempo i miei fratelli sono riusciti ad ottenerla, io ancora no, nonostante sia madre di una bambina e lavori qui in Italia. Per lungo tempo in passato ho lavorato senza contratto che è un requisito indispensabile. “Se ti sposi ottieni la cittadinanza facilmente”, mi sento ripetere spesso, ma io non voglio farlo per risolvere questo problema. Mi sento italiana al cento per cento. Vivo e lavoro in Italia, qui è nata mia figlia, credo di averne tutto il diritto».

Dopo questa dura esperienza legata a tradizioni religiose e oppressive  Amani El Nasif  come legge il fenomeno delle donne europee che vanno a vivere in Siria al fianco dei foreign fighters?

«Credo che una persona disposta a lasciare tutto quello che ha, compresa la famiglia e gli amici e il lavoro, per andare a combattere con loro, sia una persona folle. La cosa mi addolora di più è che queste giovani donne accettino di diventare un oggetto in tutti i sensi, non solo sessuale, come moglie dovranno eseguire gli ordini, ubbidire, stare in silenzio, accettare qualunque cosa senza mai ribellarsi. Con tutto quello che vediamo, mi indigno anche perché tutti dovremmo essere i prima fila per cercare di interrompere questa spirale di morte e distruzone, tutti dovremmo cercare di cambiare la drammatica situazione Siriana che purtroppo ha raggiunto un punto drammatico di abbandono e di indifferenza agli occhi del mondo intero».

Amani El Nasif sarà il 22 maggio a Gorizia, al Festival E’ storia, quest’anno dedicato alle nuove schivitù, n un incontro intitolato Sottomissione? La questione femminile e il Medio Oriente. A colloquio con la giovane scrittrice ci sarà Farian Sabahi.

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