Lo Statuto dei lavoratori compie 46 anni. Il 20 maggio del 1970 la legge 300/1970, conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti.

Il provvedimento, uno dei più avanzati al mondo in materia dei diritti di lavoro, ha dato piena attuazione alle disposizioni previste dalla Costituzione e rimaste fino ad allora inapplicate. Le novità introdotte furono molteplici: con l’art.1 venne sancita la libertà d’opinione del lavoratore, che sostanzialmente non poteva più venire discriminato o licenziato per le sue opinioni politiche o religiose. Un’altra importante norma (art.2) all’epoca considerata il cuore della legge, prevedeva il divieto per il datore di lavoro di ricorrere alle guardie giurate per controllare l’attività dei dipendenti. L’art.4 proibì invece l’uso di impianti audiovisivi per sorvegliare a distanza le attività dei lavoratori. Norma parzialmente “tradita” dal controllo a distanza con dispositivi web e telecamere previsto dal Jobs act. Ma questa è solo una delle ultime tappe della storia travagliata dello Statuto, segnato negli anni da tentativi di modifica e da cambiamenti reali. Per esempio a proposito dell’articolo 18, una delle novità principali. La norma, che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, è stata depotenziate dalle ultime «riforme» in materia di lavoro: in primis la legge Fornero (dal nome della Ministra del Lavoro del governo Monti) ha introdotto una casistica di possibilità che prevedono l’erogazione di un indennizzo economico al posto del reintegro sul luogo di lavoro per i lavoratori licenziati senza giusta causa. Il Jobs Act del governo Renzi invece «congela» le tutele previste dalla norma per i contratti stipulati dopo il 1 marzo del 2015. Ma Renzi arriva per ultimo, come dicevamo. L’art. 18 aveva infatti resistito agli attacchi dei vari governi Berlusconi che si erano espressi per l’abolizione della norma. Si pensi che nel 2002 la Cgil dell’allora segretario Sergio Cofferati portò al Circo Massimo oltre 3 milioni di persone, contro la proposta del Ministro del Lavoro Roberto Maroni di sospendere l’art. 18 per quattro anni.

Un po’ di storia. Nei primi anni della Repubblica le disposizioni previste dalla Costituzione rimasero a lungo lettera morta. La Polizia, guidata in quegli anni dal ministro dell’Interno Mario Scelba, attuò una dura politica antisindacale di repressione degli scioperi e delle agitazioni operaie, lasciando spesso sul terreno numerosi morti e feriti – come avvenne, ad esempio, con la strage di Modena del 1950. Il clima all’interno delle fabbriche era all’epoca molto duro, e per gli operai politicizzati e sindacalizzati c’era il serio rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo economico né del reintegro. Addirittura la Fiat degli anni 50 e 60 schedava i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.

La proposta di Giuseppe Di Vittorio. Già al Congresso della Cgil di Napoli del 1952, il fondatore e segretario generale Giuseppe Di Vittorio, propose l’approvazione di uno Statuto con il fine di «portare la Costituzione nelle fabbriche» e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta ma rimasti in sostanza inapplicati.

«Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che, questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo dal padrone (…) perciò sottoponiamo al Congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne».

«Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che, questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo dal padrone (…) perciò sottoponiamo al Congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne». Giuseppe Di Vittorio, Congresso Cgil di Napoli, 1952.

«La proposta di Brodolini. Alle lotte studentesche del ’68 seguirono le lotte operaie del ’69 («l’autunno caldo»). Tra il settembre e il dicembre del ’69 il conflitto sociale raggiunse il suo apice. La questione principale era il rinnovo di 32 contratti collettivi di lavoro, che interessavano ben 5 milioni di persone. L’episodio più significativo avvenne allo stabilimento Fiat di Mirafiori il 29 ottobre dello stesso anno, giornata in cui era stato indetto uno sciopero per il rinnovo del contratto metalmeccanico: alcuni uomini vi entrarono armati di spranghe e devastarono alcune linee di montaggio. Alla decisione dei vertici dell’azienda di denunciare 122 operai ritenuti responsabili dell’accaduto, i sindacati organizzarono numerose mobilitazioni. Alla fine il ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, democristiano, costrinse l’azienda torinese a ritirare le denunce. Il clima era comunque molto teso, gli scontri di piazza tra attivisti della sinistra extraparlamentare e operai da una parte e polizia dall’altra erano molto frequenti, come del resto lo erano le occupazioni di fabbrica. La tensione raggiunse il suo culmine con la strage di Piazza Fontana del 15 dicembre del ’69, che provocò 17 morti e decine di feriti.

 

In quegli anni nacque la formula del «centro-sinistra organico»: in poche parole i democristiani governavano assieme ai socialisti. E socialista era il ministro del Lavoro dell’epoca, Giacomo Brodolini, che raccolse la sfida lanciata anni prima da Di Vittorio, costituendo una Commissione di esperti incaricata di redigere una bozza di testo, guidata dal docente universitario Gino Giugni (scomparso nel 2009), anch’egli socialista. Brodolini morì subito dopo l’istituzione della Commissione, e non riuscì ad assistere all’approvazione della legge 300 il 20 maggio del 1970. In memoria del giuslavorista fu creata una fondazione con sede a Roma.

Il futuro. Nonostante gli attacchi e le modifiche degli ultimi anni, la partita è tutt’ora in corso: la Cgil ha proposto l’istituzione di un nuovo Statuto dei Lavoratori, la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, una raccolta di norme volte a proteggere tutte le tipologie lavorative e contrattuali, non solo di quelle di tipo dipendente – si pensi al lavoro autonomo, completamente sprovvisto di garanzie e di tutele. La raccolta delle firme necessarie per far diventare la proposta una legge di iniziativa popolare è partita lo scorso 9 aprile. Assieme alla Carta la Cgil promuove anche due referendum abrogativi, i cui quesiti chiedono l’abolizione dei voucher e della disciplina dell’indennizzo economico in caso di licenziamento illegittimo. La campagna proseguirà fino all’8 luglio per i quesiti referendari, mentre per la Carta terminerà il prossimo 8 ottobre. Sarà possibile firmare in tutta Italia. Per trovare il punto di raccolta firme più vicino basta cliccare qui.

Commenti

commenti