Il sistema italiano di protezione e tutela delle vittime di tratta è carente dal punto di vista normativo e risentirebbe fortemente dell’inadeguatezza dell’Unione Europea e delle politiche restrittive portate avanti dagli altri paesi membri. È questo uno dei punti salienti dal rapporto Inter/Rotte: storie di tratta, percorsi di resistenze della cooperativa sociale BeFree, realizzato con il sostegno di Open Society.

Lo studio si focalizza sopratutto sulla condizione di donne e bambine trafficate in Europa a scopo sessuale, e analizza come siano cambiate le dinamiche e le modalità di questo tipo di crimini dopo gli ultimi avvenimenti, tra cui gli sconvolgimenti politici avvenuti l’Africa negli ultimi anni ( comprese le “primavere arabe”), la crisi europea delle frontiere e l’aggressività del terrorismo internazionale. Particolare attenzione è viene dedicata ai racconti dei tragitti compiuti dalle donne intervistate, che hanno permesso di ottenere dati utili all’individuazione di tutte le gravi violazioni di diritti umani avvenute.

La tratta degli esseri umani è fortemente legata a questioni di genere: si pensi che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, ben l’80% delle 23.632 persone stimate vittime di tratta in Europa tra il periodo 2008-2013 sono donne. Le cause sono la violenza di genere nel mondo, la disparità nell’accesso allo studio, le diseguaglianze sul piano medico – sanitario.

Secondo BeFree, la legge approvata dal Parlamento italiano nel 1998, tra le prime in Europa volte a offrire protezione alle vittime di tratta, è al giorno d’oggi del tutto inefficace, mancando al nostro Paese una moderna banca dati centralizzata che permetta di identificare correttamente chi è oggetto di traffico e violenza. Molto frequentemente le vittime, invece di avanzare richiesta d’asilo e divenire titolari di protezione internazionale, vengono identificate come migranti irregolari e in molti casi espulse dopo un periodo di detenzione all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie).

In primo luogo viene segnalato il caso, emblematico, avvenuto la scorsa estate, delle 66 donne nigeriane trasferite nel Cie di Ponte Galeria a Roma subito dopo lo sbarco a Lampedusa. Le donne, quasi tutte al di sotto dei 25 anni, molte delle quali incinta, hanno raccontato di aver fatto un viaggio in mare durante il quale hanno subito abusi e violenze continue. Le loro testimonianze sono state utili  per comprendere la complessità del nuovo sistema di tratta e sfruttamento, che si è rinnovato e riadattato al mutato contesto politico. Inoltre i loro racconti hanno messo in luce le principali falle nel sistema di protezione, che necessita di miglioramenti immediati.

In secondo luogo sono stati presi in considerazione alcuni casi particolari di donne, vittime di violenza, non registrate come migranti regolari o vittime di abusi internazionali. Donne rimaste al di fuori del sistema di protezione previsto dalla normativa italiana nonostante gli abusi. Il fine delle interviste è quello di «estendere la rete protettiva anche a vittime non rientranti in categorie ben definite».

Infine c’è il caso delle donne cinesi trafficate a scopo lavorativo e sessuale, e quello di altre donne nigeriane che hanno subito abusi in Nigeria, durante il viaggio e anche dopo il loro arrivo in Italia. «Quella cinese è un’immigrazione con caratteristiche tutte particolari – sottolinea il rapporto – spesso poco conosciute. Anche le donne cinesi irregolari come le donne nigeriane sono spesso vittime di sfruttamento lavorativo e sessuale. Il contrasto e la prevenzione dello sfruttamento può avvenire non solo attraverso lo studio delle rotte ma anche attraverso l’analisi degli annunci online e delle modalità di sfruttamento direttamente in Italia»

Attraverso 100 interviste – di cui 35 approfondite – soprattutto a donne nigeriane, il rapporto analizza le nuove tendenze dello sfruttamento femminile in Libia in un contesto caratterizzato dalla caduta di Gheddafi, dall’esplosione del conflitto siriano e dalle imponenti migrazioni verso il vecchio continente.

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